L'incomparabile (r)esistenza di Enoch Soames

 

 

 

di Alessandro Abbate

 

Enoch Soames è l'unico esempio in letteratura, mi sembra di poter dire, in cui le previsioni di un autore circa eventi destinati ad accadere nel futuro (cento anni esatti, nel caso specifico) si sono rivelate ineccepibili fin nei minimi dettagli: nell'improvvisa, ma puntualissima (3 giugno 1997, ore 14:10) apparizione all'interno della round reading room del British Museum di un giovane "curvo, goffo, piuttosto alto, molto pallido"; nell'abbigliamento sciatto e obsoleto con cui costui si muove attraverso la sterminata struttura a raggiera della sala, diretto verso gli scaffali del catalogo, verso la lettera S, verso l'ineluttabile rivelazione contenuta nella sezione SN-SOF; nelle espressioni di assorto sbigottimento equamente distribuite sui volti di coloro che ne osservano le infruttifere ricerche fra gli schedari; nella sua altrettanto misteriosa uscita di scena.

I fattori che hanno contribuito a una tale profetica precisione sono, per un verso, del tutto accidentali: riguardano i ritardi nel completamento della costruzione della nuova British Library a St.Pancras, la cui inaugurazione, prevista per gli inizi degli anni '80, ebbe luogo invece soltanto nel novembre del 1997; così come la scelta del brano di lettura fatta da un professore di Inglese e Drammaturgia in un liceo di Philadelphia in un pomeriggio del 1963, brano che sarebbe rimasto a sedimentare per trentaquattro anni nella fertile immaginazione di uno degli studenti presenti in classe quel giorno, assieme al desiderio di intraprendere la carriera di illusionista.

Simili casualità, tuttavia, non sarebbero state sufficienti ad attestare che la creazione fantastica di Max Beerbohm si sarebbe un giorno (quel giorno) rivelata dato concreto, se il suo racconto non presentasse un protagonista il cui ambiguo stato ontologico risulta talmente singolare e incisivo, di tale rara suggestione, così ben architettato nella sapiente miscela di cronaca e fantasia, da essere stato capace di mantenere in vita una curiosità postuma che ha oltrepassato le mere implicazioni (per quando affascinanti) del meccanismo narrativo, usufruendo del beneficio (o caricandosi dell'aggravante) di avere - tale curiosità, tale dubbio - l'occasione di una verifica diretta: bastava non mancare all'appuntamento col previsto arrivo di Enoch Soames nella Londra di fine millennio, prima fermata del suo disastroso viaggio nel tempo, avendo il racconto chiaramente annunciato dove, come e quando ciò sarebbe avvenuto. Come infatti è avvenuto. E non erano in pochi ad attenderlo, nella round reading room del British Museum, alle 14 e 10 del 3 giugno 1997.

 

Pubblicato nel 1916 su The Century Magazine, e successivamente incluso nella raccolta Seven Men (1919), Enoch Soames tratta di sfrenata ambizione letteraria; delle tragiche conseguenze di una vanità che si fa a tal punto struggimento di eterna grandezza da condurre al sacrificio estremo. Quindi rielabora il patto faustiano in funzione di un tornaconto post mortem.

 

É raccontato in prima persona dallo stesso Beerbohm, qui autore e personaggio al contempo, in forma di memoria autobiografica. Vi compaiono (o sono menzionati) artisti come William Rothenstein e Aubrey Beardsley; letterati quali John Lane, Henry Harland e Frank Harris. La rappresentazione della Belle Époque in versione  pre-edoardiana ha l'accuratezza della testimonianza oculare, la densità del vissuto. Fatta eccezione per l'intervento mefistofelico, dunque, il testo sembra non avere alcuna pretesa di invenzione. Sullo sfondo della Oxford dell'ultimo decennio del XIX secolo, in quell'atmosfera a lui così ben nota di dandismo, assenzio e chiacchiere cosmopolite, Beerbohm narra (rammenta) la sua frequentazione con un giovane poeta di qualche mezzo finanziario e nessun talento, autore di volumi che riescono a vendere non più di tre copie. Apparentemente immune dal senso di ridicolo che lo accompagna, costui è in realtà divorato dalla frustrazione di non vedere il valore dei propri versi riconosciuto dai contemporanei. La gloria postuma diventa quindi al tempo stesso l'unica sua flebile speranza e logorante ossessione. Ma che tale gloria in futuro gli spetti (come egli d'altronde appare convinto), il poeta non potrà mai accertarlo; a meno che il Diavolo in persona non si offra, al modico prezzo della dannazione eterna, di spedirlo cento anni avanti nel tempo, nella sala di lettura del British Museum, in modo tale che egli possa constatare coi propri occhi se e in quale misura è destinato a immortalarsi nelle belle lettere.

Dieci minuti dopo le due del pomeriggio del 3 giugno 1897, dunque, Enoch Soames sparisce dal ristorante francese di Soho in cui si trova in compagnia di Beerbohm, del Maligno e della sua patetica presunzione. Riappare dopo circa un'ora, non meno indignato che affranto, rivelando di non aver trovato traccia alcuna del suo nome. Se non un unico riferimento, a pagina 234 del volume Letteratura inglese 1890-1900 di T.K. Nupton, dove è però ricordato come personaggio immaginario, triste e grottesco protagonista di un racconto scritto da Max Beerbohm. Il racconto che stiamo leggendo.

 

Vale la pena notare come tanto l'epilogo quanto l'incipit della storia suggeriscano che Beerbohm subisce il fascino della gloria postuma non meno di Enoch Soames. Nell'immaginaria antologia critica di T.K. Nupton, "il miglior libro moderno sulla letteratura della fine del secolo decimonono", si parla infatti di Enoch Soames e del suo autore: siamo al cospetto dunque di un racconto autocelebrativo, che contiene in sé (producendola) evidenza del proprio futuro successo.

Naturalmente il nome di Nupton è fittizio (l'unico "falso" letterario dell'intero racconto). Ciononostante, l'ego di Beerbohm si tradisce già dalla prima pagina, dal primo paragrafo, e senza nemmeno l'attenuante della piena onestà intellettuale: "Quando Mr Holbrook Jackson diede alla luce un libro sulla letteratura degli anni intorno al 1890, cercai subito nell'indice Soames, Enoch. Avevo paura che non ci fosse. E non c'era. Ma c'erano tutti gli altri". Il volume cui qui si riferisce, "tanto completo quanto brillantemente scritto", è The Eighteen Nineties: A Review of Art and Ideas at the Close of the Nineteenth Century. Edito nel 1913, è dedicato proprio a Beerbohm, e contiene un intero capitolo su "L'incomparabile Max" (definizione nata dalla penna di George Bernard Shaw sul Saturday Review). Beerbohm non dice "c'ero anch'io"; ma la presunta modestia del mancato riferimento al proprio nome è certamente inficiata dalla scelta del volume da cui prende avvio il racconto.

D'altronde Beerbohm parla a più riprese di se stesso, della sua promettente carriera, delle sue collaborazioni con The Yellow Book e con altri importanti giornali dell'epoca. L'orgoglio che scaturisce dal confronto fra la sua "piccola, ma ben definita personalità" e la natura "indistinta" di Soames è inevitabile, per quanto increscioso. Egli lo stempera con lo strumento che gli è più congeniale, l'umorismo, e con una certa reticenza ad affondare il colpo contro gli eccessi e le illusioni del suo personaggio (ma anche collega). Si tratta di una delicatezza in parte autoreferenziale, di tacita confessione: atarassia ed élan creativo non si coniugano facilmente, ed egli stesso non fa eccezione.

 

Il paradosso temporale; la ricchezza dei riferimenti alla letteratura inglese e francese di cui il testo è disseminato (da Baudelaire a Mallarmé,  da Wells a De Quincey); e l'abilità di impiantare la finzione su un sostrato di puntuale ricostruzione storica non potevano lasciare indifferente un lettore come Jorge Luis Borges: nel 1940 Enoch Soames fu incluso nella "Antologia della letteratura fantastica" (che pure ha le sue gravi omissioni, perpetuate nelle seguenti riedizioni del '65 e del '76).

Successivamente, un altro scrittore argentino s'è interessato al racconto di Beerbohm, appropriandosene con un intento di mistificazione riparatrice del "malinteso" storico-letterario di cui l'autore delle sfortunate raccolte poetiche Negations e Fungoids è stato vittima. Fra le numerose "riscritture" che compongono il suo volume Falsificaciones (1966), Marco Denevi ha infatti inserito anche un breve racconto nel quale narra (rinarra) la biografia di Enoch Soames come se costui fosse esistito davvero, accennando quasi solo in conclusione alla storia raccontata da Beerbohm, "adulterata e presentata falsamente", a suo dire, "come letteratura fantastica".

La definizione di Denevi è imprecisa, riduttiva; tradisce una faziosità ispirata da una compassione che d'altra parte non è nemmeno estranea alla voce di Beerbohm, il quale esplicitamente si duole d'essere stato frainteso, e di aver involontariamente causato, con la propria arte, la cancellazione di un'esistenza reale. Beerbohm offre insomma il suo racconto su un piano di lettura più complesso, più sofisticato, che necessità l'accettazione di un'ambiguità di fondo: l'efficacia di Enoch Soames si realizza in pieno se (e soltanto se) stiamo al gioco dell'ibrido diegetico, adottando il presupposto - creato appositamente dalla credibilità autobiografica della voce narrante - che al tramonto dell'epoca vittoriana abbia effettivamente vissuto e lavorato a Oxford un oscuro versificatore che rispondeva al nome di Enoch Soames.

 

L'affascinante ambiguità del protagonista di Beerbohm (personaggio fittizio o scrittore dimenticato?), al di là del cortocircuito narrativo, lambisce il problema etico: "cercate di far sapere che sono esistito!" sono le ultime parole pronunciate da Soames prima d'essere trascinato via dall'esattore infernale, rivolte proprio a colui che lo ha creato (ma egli non lo sa, poiché non esiste oltre la pagina) ed è destinato a distruggerlo (ovvero a "ingabbiarlo" in quella stessa pagina di cui Soames non potrà conoscere che una "replica" interna). Sfocia inoltre nell'elaborazione di un ipertesto potenzialmente infinito, nel quale alla parola scritta "originale" si aggiungono il segno pittorico e il gesto drammatico, così come la continuazione di un discorso che non è più racconto, ma in qualche modo la sua negazione. Questi due aspetti sono strettamente allacciati fra loro: la proliferazione semantica inerente il rompicapo ontologico di Soames non può prescindere dal suo disperato appello di sopravvivenza; vi contribuisce anche quando non espressamente indirizzata a tale scopo. Il problema dell'esistenza di questo "inesistente" poeta diventa infine ineluttabile.

Beerbohm, ad esempio, nella prima parte del racconto ricorda che, giunto a Oxford per lavorare a una serie di ventiquattro litografie significative dell'ambiente universitario dell'epoca (le Oxford Characters, pubblicate in seguito su The Bodley Head), William Rothenstein inizialmente ignora Soames come possibile soggetto. Infine si convince a farne il ritratto. Dovremmo essere qui nell'ambito della finzione (o meglio, dell'innesto di finzione su un fatto realmente accaduto). Eppure questo ritratto esiste davvero (e poco importa - almeno nei termini di un rebus che ricopre un arco temporale di un secolo - che esso risalga a un periodo appena successivo alla stesura del racconto). Non solo; il profilo realizzato da Rothenstein rappresenta senza dubbio la stessa persona che ritroviamo nella figura intera di Soames disegnata dallo stesso Beerbohm (conservata nella ricchissima collezione di Mark Samuel Lasner).

Abbiamo già visto la "falsificazione" di un "falso racconto fantastico" messa in atto da Denevi a metà degli anni '60. Venendo ai giorni nostri, sul portale internet The Cypher Press è disponibile per la consultazione un Critical Heritage sul poeta inventato (o frequentato?) da Beerbohm, che abbonda di testimonianze, documenti, illustrazioni, testi, riferimenti storici e quant'altro, con un intento dichiarato di parodia filologica che si riassume nella certezza che "Enoch Soames, nonostante tutto, non sarà dimenticato". L'esuberanza apocrifa di questo archivio è meno scandalosa di quanto possa apparire: tutto sommato, il professor T.K. Nupton e la sua Letteratura inglese 1890-1900, fra le cui pagine manca il nome dell'autore Enoch Soames, non è meno immaginario dello stesso personaggio Enoch Soames.

Più recentemente, in epoca di cyberspace, avatar e social identity, la statunitense Peggy Nelson, autrice multimediale interessata da diversi anni al digital storytelling, ha creato un account Twitter @enoch_soames per dare voce a un pirandelliano "nevel-less character" e farlo così (ri)vivere oltre il racconto che gli è valso contemporaneamente come utero e sepolcro, libero di esprimere le proprie opinioni tanto sul periodo storico al quale appartiene quanto su quel futuro in cui s'è ritrovato catapultato una seconda volta. "Mi sono resa conto", ha spiegato l'autrice, "come la realtà virtuale fosse il luogo perfetto per un personaggio fittizio che insiste sulla propria esistenza reale". I cinguettii di "Soames" si interrompono però all'agosto 2014; Nelson, inoltre, prevedeva per il 2010 la pubblicazione sia di Negations che di Fungoids, da offrire in vendita on-line (Etsy.com). Purtroppo non v'è traccia di questi falsi "veri": verrebbe da chiedersi se il Diavolo non ci abbia rimesso di nuovo lo zampino.

 

Infine, dopo trentaquattro anni di "gestazione" più o meno consapevole, com'è presumibile, del ricordo di quella lettura scolastica pomeridiana a opera del professor Rosenbaum (a quanto pare, significativamente, di mefistofeliche sembianze), l'illusionista Teller (del celebre comedy magic duo Penn & Teller) non ha resistito a un altro tipo di "tentazione", ovvero quella di aggiungere all'ipertesto "Soames" la messa in scena drammatica, e di chiarire il dubbio sull'esistenza del poeta/personaggio attraverso la paradossale tangibilità di una manifestazione spettrale. Che l'effetto "ritardato" del racconto di Beerbohm (l'annunciata apparizione di Enoch Soames nella round reading room del British Museum a 100 anni esatti di distanza dal suo patto col Diavolo, a una data e ora precise) fosse tutt'altro che esaurito, è provato dal fatto che fra le varie persone presenti all'appuntamento (alcune delle quali accorse a Londra dall'altro lato dell'Atlantico), non mancavano coloro provvisti di macchina fotografica.

Pur avendo fornito una cronaca dettagliata degli avvenimenti di quel primo pomeriggio del 3 giugno 1997 in un bell'articolo pubblicato qualche mese dopo sul The Atlantic Monthly, Teller continua a negare il proprio coinvolgimento nella straordinaria apparizione di Soames, del suo "cappello nero e floscio, di tipo clericale" e dell'inseparabile "impermeabile grigio pipistrello".

É evidente che non si tratta soltanto di custodire gelosamente i trucchi del mestiere; il silenzio di Teller risponde pietosamente all'invocazione di riconosciuta autenticità di Soames (che almeno egli sia, se non possono essere i suoi versi). Inoltre, esso si accorda diligentemente al contrappunto temporale orchestrato nel 1916 (e risalente "storicamente" al 1897) dallo stesso Beerbohm, che così prevedeva: "Il fatto che la gente lo guarderà con tanto d'occhi, e lo seguirà mentre si muoverà, si può spiegare soltanto con l'ipotesi che saranno stati in qualche modo preparati alla sua spettrale visitazione. Saranno stati ad aspettare, impauriti, per vedere se veramente verrà. E quando verrà, l'effetto sarà, naturalmente... pauroso".

Paura, certo; ma non solo quella. Il prestidigitatore di Philadelphia ricorda lo scambio di battute avuto con una donna di nome Sally, volata direttamente dalla lontana Malibu per non mancare al fatidico incontro delle 14 e 10. Vedendo Enoch Soames affannarsi fra gli scaffali della biblioteca alla ricerca di se stesso, ella sommessamente gli confida: "Per qualche motivo, devo sforzarmi per non mettermi a piangere". Si potrebbe dire che il problema ontologico di Soames sia stato quindi risolto; o che fosse soltanto apparente sin dall'inizio: se non altro in letteratura, il sigillo di "esistenza" può legittimamente trovarsi nelle lacrime che un personaggio riesce a far versare. E in fin dei conti, la commozione non è il più trascurabile degli effetti della garbata, umanissima, "incomparabile" ironia di Max Beerbohm.

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