Intervistiamo Paola del Zoppo

responsabile editoriale di Del Vecchio Editore

 

 

di Francesca de Lena

 

La prima cosa che mi viene in mente da chiedere a Paola del Zoppo, responsabile editoriale della Del Vecchio editore, riguarda il modo di categorizzare le cose, che a me, in generale, ha sempre affascinato molto. Le collane delle case editrici spesso nascono e si sviluppano attorno a un tema, a ideali di poetica, a un'area geografica, o a caratteristiche di stile e contenuti. Oppure, quando le case editrici sono grandi, diventano delle macro-categorie senza molto criterio.

 

Voi avete scelto di sviluppare categorie rispetto alla forma: lunga, breve, poesia - e a me, a naso, questa sembra una cosa molto ordinata e giusta – ma perché l'avete fatto? Com'è nata questa scelta? Come mai l'attenzione va prima di tutto alla forma della narrazione?

 

Dopo un primissimo periodo in cui Pietro Del Vecchio ed io ci siamo rivolti soprattutto alla poesia straniera, tastando il terreno, con in mente più che altro l'idea di cercare qualcosa che mancava ai lettori italiani. Avevamo iniziato con la poesia, e la collana di poesia continua a darci molte soddisfazioni (il premio Catullo è di meno di due anni fa), ma volevamo raggiungere anche i lettori di narrativa. Riflettendo ci siamo resi conto che forse proprio le categorie tematiche e regionali non facevano bene alla lettura, in Italia. La tendenza a creare lettori "abitudinari" funzionale a un certo tipo di marketing editoriale, che giova del poter definire un libro "femminile" o "giallo", non solo non raggiungeva tutto il pubblico che la letteratura può conquistare, ma, soprattutto, non permetteva a determinati libri di "entrare" nel panorama italiano. Per fare un esempio, fin da subito abbiamo scelto degli autori noir molto particolari, come Laurent Martin, Robert Hueltner, Moussa Konaté, che in parte smussavano i contorni del "giallo" tradizionale. Per questo quasi subito abbiamo sciolto definitivamente le categorie di genere. La nostra idea era di sviluppare il pubblico dei lettori di letteratura e far intravedere delle possibilità (anche di mercato letterario) che rimanevano adombrate. Ecco perché adesso abbiamo solo le tre collane che menziona. Il lettore vero apprezza la letteratura che sia in forma di romanzo, di racconto o di apologo – e niente di più. 

 

La seconda domanda è strettamente collegata, ma punta il riflettore sulla categoria che più c'interessa: la collana Formebrevi funziona come quella Forme Lunghe? Aver dedicato un'intera collana ai racconti riesce a valorizzarli, a farli uscire dal ghetto? E, ragionando in termini strettamente imprenditoriali, si sta rivelando una scelta vincente rispetto al ritorno economico?

 

La distinzione tra la collana formebrevi e la collana formelunghe non è data solo dalla lunghezza dei testi. Nella collana formelunghe si trovano romanzi di poche pagine e nella collana formebrevi, in alcuni casi, novelle piuttosto lunghe (come nel caso di “L'origine del male” di Leonhard Frank, il primo testo di “L'uomo è buono”). Distinguiamo le forme in base alla struttura narrativa. Nella collana formebrevi vengono presentati al lettore testi brevi di varia natura, raccolte di racconti, più "classiche" come quello di Deborah Willis, ma anche assemblaggi tematici di testi in origine non pubblicati insieme (come appunto il caso di “L'uomo è buono” di Leonhard Frank e di tutte le altre prose brevi di questo autore), ma anche riflessioni, testi di taglio più giornalistico, come nel caso delle “Acqueforti di Buenos Aires” di Roberto Arlt.

Nella collana formebrevi è inserito anche l'ultimo libro uscito: “Tutameia. Terze storie”, un meraviglioso caleidoscopio di racconti brevissimi di Guimaraes Rosa, finora inedito in Italia, dalla solida coesione interna. Questo per dire che la collana formebrevi è tanto eterogenea, nella sostanza, quanto quella formelunghe. Inoltre, alcuni autori sono presenti in più collane, Fuouad Laroui, per esempio, pluripremiato in Francia, in Italia ha vinto il premio Alziator con la raccolta “L'esteta radicale” e sarà presente nel nostro catalogo con un romanzo che uscirà fra pochi mesi: “Un anno con i francesi”. Di Lutz Seiler, che ha inaugurato la collana formebrevi alcuni anni fa con la raccolta “Il peso del tempo”, abbiamo pubblicato in seguito un volume di poesie (La domenica pensavo a Dio) e stiamo per pubblicare il primo romanzo, KRUSO, uscito l'anno passato in Germania e vincitore del premio dei librai. Insomma, ci piace che i nostri libri dialoghino tra di loro, tra autori, collane, generi. E credo che in questo dialogo - ovviamente intuito innanzitutto nel progetto editoriale complessivo - stia anche l'essenza imprenditoriale. Le formebrevi vendono quanto e a volte più delle formelunghe, perché le une non escludono le altre, anzi, si richiamano a vicenda e il lettore curioso sarà portato a cercare novità volentieri passando da una collana all'altra.

Mi dice quali sono o possono essere i motivi per cui una storia o un'idea sul mondo debbano essere raccontati in forma breve - che sia essa un racconto, un testo giornalistico o dei frammenti? Perché è giusto e necessario che sia proprio quella la forma che ci vuole, e non un'altra?

 

Ovviamente deve essere innanzitutto una scelta di carattere artistico letterario. Non credo che ci siano delle tematiche particolari che vadano affrontate in forma breve, come non credo che si possa considerare scrittore solo chi regge l'ampiezza narrativa di un romanzo, anzi, credo che tutti facciamo riferimento, per dire, a Kafka o a Poe per la loro capacità di condensazione degli universi narrativi in forme brevi. Credo che a ogni soggetto narrativo si accosti un giusto e necessario sviluppo, e credo che le forme ibride siano le più interessanti. Al giorno d'oggi assistiamo a un riavvicinamento alle forme epiche, per esempio, il che mi fa pensare al ritorno della necessità di narrare per conoscere ciò che non capiamo e per accettare di non capirlo. Per quanto riguarda il frammento, l'apologo, le brevi satire giornalistiche, credo che sia un tipo di comunicazione letteraria del tutto diversa, anche perché presenta un rapporto diverso con la finzione. Ma è proprio nel gioco di finto - o vero - realismo che si sussume il senso letterario di quel tipo di letteratura, che, mentre può apparire più menzognera sul grado di realtà effettivamente presente nel testo, è più leale rispetto all'intento: un lieve spostamento nel rapporto che il lettore può avere con la realtà.

 

Cosa pensa della tradizione delle short stories americane e di quella dei racconti e delle novelle europee e italiane? Perché le prime hanno tanto successo e le seconde sono conosciute solo dagli intenditori? C'è una responsabilità da qualche parte? Se c'è, dov'è?

 

Non so se si possano attribuire responsabilità in senso stretto. La letteratura americana è stata molto presente in Italia fin dall'inizio del secolo scorso con i grandi romanzieri. L'enorme successo della short-story è legato secondo me alle significative potenzialità della narrativa breve, che si avvertiva più realistica in alcuni casi, più pungente in altri. Molto poi è dipeso da un certo tipo di critica letteraria che ha fatto della letteratura americana in generale, e non solo della tradizione della short-story, un modello da seguire, spesso collegandola alla tendenza al realismo, laddove è ovvio che si potrebbe discutere anche sul concetto di realismo. Abbiamo adesso e abbiamo avuto in Europa e in Italia anche scrittori di short-stories oltre che di novelle: gli svizzeri, per esempio Dürrenmatt e Glauser sono abbastanza conosciuti anche da noi. E non so se i racconti di Calvino, Morante, Fenoglio, o anche Landolfi e Bassani siano conosciuti solo dagli intenditori. Se vogliamo invece vedere il problema nell'"importazione" di letteratura, lì si gioca il ruolo delle case editrici, e della loro volontà e capacità di agire nel mercato. Quello che noi cerchiamo di fare è proprio far conoscere le diverse possibilità e realizzazioni delle forme brevi anche provenienti da diverse tradizioni letterarie, di prossima uscita, per esempio racconti lettoni e lituani che conciliano alcune tendenze della classica short-story con il respiro della novellistica.

 

Come mai nella vostra collana forme brevi non ci sono ancora autori italiani? Crede che ce ne saranno? Sareste aperti anche agli esordienti?

 

Abbiamo da poco intensificato la ricerca sugli italiani. La nostra editor per gli italiani - Vittoria Rosati Tarulli - finora ha individuato un solo autore di racconti che pubblicheremo. Il suo nome è Luigi Cecchi e il volume uscirà a settembre di quest'anno (titolo provvisorio: “Il karma del pinolo”). Si tratta di una raccolta di racconti - short-stories - in cui l'autore gioca con le componenti classiche del racconto fantastico, e le congiunge con una ironia talvolta amara e con molteplici possibilità di umana reazione agli eventi, per offrire visioni oblique della realtà. E, sì, siamo aperti agli esordienti, certo! ma al momento il catalogo è pieno fino a fine 2016.

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