Teatro Grottesco

per la foto ringraziamo Andrea Sirna

 

 

 

di Marco Montanaro

 

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.

Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).

Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

 

«Spiegagli che l’entrata dall’incubo è l’uscita.»

Va detto subito che l’opera di Ligotti può essere presa da due differenti prospettive: una più narrativa, l’altra più filosofica. Noi proveremo a porci nel mezzo di queste due angolazioni senza comunque illuderci di riuscire a far poi troppa luce attorno alle storie di questo schivo scrittore americano: perché – e qui siamo alla direttrice narrativa – Teatro grottesco appartiene a quell’ordine segreto di costruzioni difficilmente scomponibili in moduli o funzioni atte a farne valida teoria di scrittura creativa: opere tanto intense quanto difficilmente avvicinabili secondo canoni o nessi razionali.

Viene dunque naturale associare il nome di Ligotti a quello di Franz Kafka o David Lynch e, perché no, di artisti come Thomas Ott o il più giovane Joan Cornellà (senza dimenticare lo stesso Oliver De Sagazan in copertina sull’edizione italiana del Teatro).

 

Da un altro lato, come detto, le visioni di brivido-terrore-raccapriccio di Ligotti, per dirla col celebre slogan del Cattivik di Bonvi e Silver, hanno un che di filosofico: siamo cioè in presenza di un autore che in più punti sembra voler affidare il suo pensiero al racconto, motivo per cui è tutt’altro che raro, in Teatro grottesco, imbattersi in lunghe riflessioni di strani personaggi scivolati da un momento all’altro in un singolare imbuto di non-esistenza – un po’ come succede quando si è alle prese con il Rustin Cohle della prima stagione del serial True Detective, tanto per intenderci.

 

(A dirla tutta, la questione del rapporto tra narrativa ligottiana e filosofia – in particolare, nichilismo e realismo speculativo – è molto più complesso, come si spiega in questo articolo. Qui basti aggiungere che nell’ultimo racconto di Teatro grottesco c’è uno strano personaggio scheletrico che ha non-scritto un certo saggio intitolato Indagine sulla cospirazione contro la razza umana. Nel 2010 lo stesso Ligotti ha dato alle stampe un testo di non-fiction intitolato The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror, con prefazione del filosofo Ray Brassier. La stessa Quine Organization che infesta – è il caso di dire – ben due racconti del Teatro potrebbe essere un omaggio al celebre filosofo Willard Van Orman Quine.)

 

«Forse è meglio che torni a letto e dimentichi tutto.»

Ma – lo abbiamo anticipato – neppure questo punto mediano tra narrativa e filosofia sembra tornare utile: nelle inospitali città dei racconti di Ligotti la nebbia resta densa e l’acquitrino che annuncia la palude sembra non aver mai fine. Neppure ci vengono in soccorso i nomi propri dei personaggi che popolano questi luoghi, che al più rimandano ad altre cosmogonie narrative (Pyk, Glimm, Severini), mentre in generale i riferimenti al nostro mondo sono scarsissimi (niente più che un accenno al dollaro come valuta corrente, un altro alle Filippine e un altro ancora a certi barbiturici).

Del resto anche il Teatro grottesco che dà il titolo alla raccolta si presenta come una non-struttura informe e cangiante, manifestandosi ora come un’avvisaglia di pazzia che arriva in città senza preavviso, ora invece come un’opera di super-arte che indaga il fondale metafisico di quella stessa gelida città, ora, infine, come un’assurda gabbia senza tetto portata in parata da uomini in catene.

 

Lo stesso Ligotti, a livello formale, agisce in modo ambiguo. Scrittore forse non particolarmente brillante, offre uno stile e una sintassi abbastanza piani e regolari, fatta eccezione per alcuni picchi lirici (nell’accostamento inconsueto di aggettivi piuttosto ricercati e circostanze horror), in cui soprattutto la lingua sembra impennarsi di colpo come un vampiro nell’improvviso volo notturno. Se la forma sembra dunque essere al servizio del racconto e della trama, la struttura delle storie del Teatro, fortemente asimmetrica e irregolare, accentua invece il senso di smarrimento, in questo del tutto simile a un’alta torre su cui si aggiungono piani su piani rischiando di far crollare tutto l’ambaradan da un momento all’altro.

Se non bastasse, Ligotti, pur senza farsi sperimentale, abbonda comunque nelle effrazioni del canone della forma breve (ammesso che ne esista uno): e così le trame delle tredici storie, peraltro alquanto invisibili in superficie, svicolano dalle consuete concatenazioni di causa-effetto, disinteressandosi dell’efficacia dell’intreccio; allo stesso modo i personaggi appaiono e scompaiono in maniera imprevedibile e raramente la conclusione di una storia coincide col suo scioglimento o con la decrittazione di un mistero; al contrario, molto spesso assistiamo alla messinscena di veri e propri spiegoni che, quando non inseguono uno spunto filosofico, finiscono comunque per assumere il tono di una sorta di lucido reportage del terrore, nell’inutile speranza di render chiaro questo o quell’altro abominio (obiettivo, si sarà capito, che non viene mai raggiunto).

Ma mentre accade tutto questo, dentro di noi qualcosa è oramai ben più che scivolato nel vasto maesltrom d’insensatezza orchestrato dal Ligotti narratore.

«Primo: non c’è alcun posto dove andare; secondo: non c’è niente da fare; terzo: non c’è nessuno da conoscere.»

A questo punto, proprio il già citato True Detective può rappresentare un indizio; più che per il presunto plagio ai danni di Teatro grottesco (ma sarebbe più opportuno parlare di omaggio, soprattutto nei già citati monologhi del nichilista Cohle) per il tributo a una certa atmosfera che peraltro – e siamo al punto – lega sia la serie tv scritta da Nic Pizzolatto che i racconti di Ligotti a una matrice comune chiaramente più ampia, si potrebbe dire la stessa cesta di vimini in cui giacciono le teste mozzate di autori come Lovecraft, Poe, Cormac McCarthy, Ambrose Bierce e Robert W. Chambers; un luogo notturno in cui si agitano pure i fantasmi di vecchi videogiochi come Alone in the dark o Myst, quest’ultimo evidente prolungamento degli stessi incubi di un’altra serie tv come Lost – e dunque, per tornare in letteratura, eccoci alla mitica Invenzione di Morel di Bioy Casares (come si può notare, è un vortice anche quello in cui affondano le influenze e le radici del Teatro).

 

Addentriamoci allora in questo genere di atmosfera, e dunque in questo plastico mondo in cui l’orrore viene instillato piano, per incessante accumulazione di «ciarpame e insensatezza», questi due elementi che sembrano percorrere il libro come quelle blatte che sono state in grado di riprodursi persino nello spazio; uno spazio fisico di misteriosi ermafroditi, virus gastrointestinali che portano a singolari e disperanti epifanie, artisti squattrinati che discutono di imprecisate «guarigioni metafisiche».

A questo punto sarà abbastanza chiaro che la spina dorsale del libro è costituita proprio da questo procedere per visioni incoerenti, che appaiono legate l’una con l’altra come le sequenze di un B-movie assemblato con scarti di pellicole acquistate a basso costo da più ricche produzioni; un denso stratificarsi di circostanze allegoriche che disertano quella che supponiamo essere la nostra realtà per indagarne un’altra più profonda – in una delle tredici storie c’è anche un’incredibile street parade chiamata Lezione di metafisica –, invitando dunque il lettore a percepire con altri occhi questo scivolamento nell’altrove di incubi-feticci ligottiani e stabilire da sé qualsivoglia parallelo con le proprie angosce quotidiane. Noi qui ci limitiamo a fare qualche esempio: nella già citata azienda-stato Quine Organization, dalla quale è pressoché impossibile fuggire, si potrà forse scorgere l’agire di un colosso digitale sullo stile di Facebook o di Google; nella Torre Rossa specializzata nella produzione e soprattutto nella capillare e irrazionale distribuzione di ciarpame di qualsiasi tipo c’è forse qualcosa della sordida ubiquità di Amazon; tutto questo, ovviamente, col rischio di spararla grossa.

 

Ma non la spariamo affatto grossa se proviamo invece ad attenerci alle osservazioni che lo stesso Ligotti dissemina qui e lì per Teatro grottesco, lasciandole incubare nelle parole di questo o quell’altro personaggio. Che siano mere dichiarazioni di poetica o riflessioni di stampo più filosofico, ne traiamo comunque una sensazione simile a quella che proveremmo se fossimo un pennello immacolato appena immerso in un barattolo di vernice nerissima come il Vantablack: una volta inzuppati a dovere, sapremo che in Teatro grottesco si mette in dubbio che il male sia nell’atto (ammazzare o meno, in certi casi, non fa neppure differenza), identificandolo invece nell’essere stesso e soprattutto nel non voler vedere, nel non voler strappare il velo che pure ci fa vivi, benché guasti e deformi. È perciò desiderabile, in queste tredici storie, addirittura l’increazione (e qui c’è l’incredibile richiamo ad Antonio Moresco), l’involvere nella non-vita una volta che si è realizzata l’ineffabile insensatezza che ci tiene apparentemente vivi; e se ciò non è possibile, sia chiaro, è comunque preferibile un più classico farla finita.

«Ci sono soltanto questo corpo, quest’ombra, quest’oscurità.»

A questo punto, e per concludere, è utile specificare un paio di questioni ancora. Quella di Thomas Ligotti, per quanto possa apparire il contrario, non è letteratura per lettori disperati: non c’è il sostrato psicologico necessario a renderla tale. Certo, Ligotti ha la caratura dell’autore nero, che è stato dall’altra parte, nel suo personale inframondo farsesco, ed è tornato di qua per raccontarci cos’ha visto, invitandoci pure a sfondare la quarta parete per salire sul palco e seguirlo infine dietro le quinte – dove, com’è noto, non c’è assolutamente niente. Ma la sua è, in ogni caso, una letteratura divertente, fatta di visione e immaginazione, comunque fisica, sostenuta dall’azione nonostante gli atti dei suoi personaggi siano continuamente frustrati dall’ectoplasma di una feroce inutilità.

Per chi ha un certo gusto, soprattutto, in Teatro grottesco si potranno avvertire gli echi del Manganelli di Dall’inferno (non certo per questioni di stile, quanto di infernale assurdità) o intravedere le stesse luci del meriggiare in crepuscolo di certe opere di De Chirico e, perché no, Buzzati. I racconti di Ligotti prendono vita come incredibili fantocci nella bottega di un sarto matto, animati cioè dalla stessa fantasia smaniosa e irriducibile che fa della letteratura un’esperienza con un proprio linguaggio specifico; una natura che paradossalmente il mercato editoriale le perdona sempre meno (eccetto, forse, quando si manifesta proprio nella forma-racconto) e che spesso rivive, con la stessa potenza fantasmagorica, in altri medium come il videoclip o i videogiochi. Ultimi due esempi in proposito, in qualche modo affini alla follia visionaria di Ligotti: si pensi al video di Quand c’est? di Stromae, oppure si giochi anche solo alla versione demo di The Stanley parable per calarsi ancora nelle paludi del terribile Teatro grottesco.

 

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