Il racconto di un duplice inganno:

Ambrose Bierce,  An Occurrence  at Owl Creek Bridge


di Alessandro Abbate

 

In An Occurrence  at Owl Creek Bridge, Ambrose Bierce riserva al lettore lo stesso destino che tocca in sorte al protagonista di questo atroce e bellissimo racconto. Entrambi sono deliberatamente ingannati. Differiscono le conseguenze, e non di poco: Peyton Farquhar, agiato piantatore del Sud e "secessionista della prima ora", trova la morte per impiccagione su un ponte ferroviario nel nord dell'Alabama, ai tempi della guerra civile americana; il lettore si ritrova fra le mani un esempio perfetto di istigazione al rammarico, qualche attimo di irritato sconcerto per esserci cascato, e un suggerimento di prudenza di fronte ai suoi futuri incontri con il deus ex machina.

Fino all'ultima pagina, la narrazione di Bierce è la fabbrica di un tranello. Ancora più sottile poiché travalica lo sviluppo dell'intreccio fasullo, agendo altrettanto efficacemente sulla sfera emotiva del lettore come su quella cognitiva; sui processi di identificazione e partecipazione che lo chiamano in causa. Non solo Bierce mente, poiché offre come dato reale ciò che da ultimo si rivela essere una disperata allucinazione, un ultimo istante di vita dilatato nel tempo immobile del flusso di coscienza; ma scrive in maniera tale affinché chi legge, oltre che credere, si compiaccia di credere nella realtà del sogno, quasi ne avverta la necessità, la convenienza, per una debolezza sentimentale (ma anche reclamo etico) dall'autore stesso abilmente sollecitata.

Il twist finale, così, condensato nel funebre moto oscillatorio dell'ultimo paragrafo, aggiunge crudeltà all'imprevisto, amarezza allo sbigottimento.

Il racconto, pubblicato sul The San Francisco Examiner nel 1890 e un anno dopo incluso nella raccolta Tales of Soldiers and Civilians, è diviso in tre parti. Ognuna di esse svolge una sua precisa funzione nel quadro generale dell'inganno.

Il primo segmento, dal secco incipit in medias res, con Farquhar già legato alla corda, canalizza l'empatia del lettore, per mezzo della quale la frode diventa desiderabile. La tecnica è quella semplice e diretta della descrizione dei personaggi. I "carnefici" unionisti sono tratteggiati con lessico disumanizzante. Sulla sponda del fiume, una compagnia di fanti assiste alla scena come un gruppo di "spettatori" dallo "sguardo impietrito e immobile". Il capitano che sovrintende agli ultimi preparativi dell'esecuzione "stava a braccia conserte, in silenzio, e osservava l'opera dei suoi subordinati, senza fare alcun cenno". La morte di Farquhar non merita altro che "manifestazioni formali d'ossequio"; la sua umana sostanza dissolve nella fredda "etichetta militare". Le due sentinelle poste a guardia del tratto sopraelevato di ferrovia "avrebbero potuto essere statue che adornavano il ponte".

Diversamente, il condannato emerge come persona reale, in carne ed ossa, i cui moti dell'animo non ci sono preclusi: i polsi e il collo soffrono al contatto con la corda; il panico trasforma il ticchettio del suo orologio nei rintocchi di una campana a morto. Sappiamo della sua età, del suo aspetto fisico, dei suoi indumenti (dovizia di dettagli che l'autore ha precedentemente riservato ai moschetti dei soldati). Inoltre la sua presentazione ha un chiaro accento assolutorio, una traccia di partigianeria: Bierce non ci dice soltanto che Farquhar "aveva dei bei lineamenti", ma anche "un'espressione gentile che non ci si sarebbe mai aspettati da un uomo con il cappio al collo. Evidentemente non si trattava di un volgare assassino". Non a caso, prossimo alla fine, l'uomo chiude gli occhi "per dedicare gli ultimi pensieri alla moglie e ai figli".

Un civile di buoni sentimenti, dunque, è nelle mani di un plotone di automi in uniforme. Facile immaginare che il lettore si auguri che qualcosa vada storto nell'imminente esecuzione. Lo stesso Bierce suggerisce cosa: "Se riuscissi a liberarmi le mani" pensa Farquhar, "potrei togliermi il cappio e buttarmi nel fiume. Tuffandomi potrei schivare i proiettili e nuotando di buona lena potrei raggiungere la riva, inoltrarmi nella foresta e dirigermi verso casa". Che è grosso modo quanto accadrà di lì a poco. Quanto sembrerà accadere.

Quest'anticipazione, tuttavia, non banalizza il seguito; offre piuttosto un'esca appetitosa per indulgere in una lettura sempre più affettiva.

Nella seconda parte Bierce ricorre a un breve flashback per raccontare gli immediati retroscena che hanno portato alla condanna di Farquhar. L'uomo, "appartenente a un'antica e stimata famiglia dell'Alabama", continua a godere dell'approvazione dell'autore. Cause imprecisate gli hanno impedito suo malgrado di arruolarsi e combattere. Ma egli ha coraggio; è mosso da una fede ardente nella causa della Confederazione; non manca di encomiabile spirito di sacrificio: nell'avvilente attesa di rendersi utile "faceva quello che poteva. Nessun servizio era troppo umile se prestato per aiutare il Sud".

Quando una sera, in compagnia di sua moglie, offre da bere a "un soldato vestito di grigio" che passa affaticato presso la loro tenuta, viene a sapere che il ponte di Owl Creek è un ottimo bersaglio per un gesto di sabotaggio. É la sua grande occasione, crede. É invece la trappola in cui cade, per un eccesso di devozione frustrata. I carnefici sono subdoli, sleali. Il soldato assetato è in realtà una spia dell'Unione. Costui beve dalle mani "candide" della signora Farquhar; ripassa per la tenuta, un'ora dopo, diretto verso nord, nell'oscurità della "notte fonda". Bierce ricorre all'inequivocabile simbologia di un mondo diviso in bianco e nero per stabilire un ordine morale. Fin troppo evidente da che parte stare. 

"Ogni civile sorpreso a manomettere la ferrovia, i ponti, le gallerie o i treni, verrà impiccato senza processo": è questa l'unica verità che esce dalla bocca del finto confederato; ma serve soprattutto a documentare il valore di Farquhar, che dunque sapeva a cosa andava incontro, eppure non ha desistito.

A questo punto, dentro di sé, il lettore non può accettare che l'autore abbandoni il suo generoso protagonista, e verosimilmente spera che la corda si spezzi.

E la corda si spezza, infatti, al principio della terza parte. Farquhar precipita nell'acqua, ma è "come se fosse già morto";  le sue sensazioni "non erano accompagnate da nessun pensiero. La sua parte razionale era già stata cancellata". Ormai sicuro di avere sufficientemente irretito il lettore, Bierce si diletta a offrirgli minimi indizi, principalmente linguistici, per sospettare dell'attendibilità del racconto. Il suo fraseggio si fa a un tratto elusivo, criptico, quasi riluttante a chiarire; abbonda del verbo "sembrare". Per poi tornare a essere espressione del dolore fisico, dunque realissimo e preciso, quando sancisce il ritorno alla vita, alla luce, all'aria nei polmoni. Farquhar riesce infine a liberarsi dal cappio e dai lacci alle mani; emerge in superficie; nuota con tutte le sue forze per allontanarsi dal ponte; si sottrae alle ripetute fucilate dei cecchini nordisti che stazionano lungo le sponde del fiume.

Bierce l'aveva ipotizzato, il lettore se l'era augurato, adesso Farquhar ci sta riuscendo. La sua rocambolesca sopravvivenza coincide con l'apice fruitivo dell'inganno, con l'esplosione sensoriale di un uomo che si riappropria della vita con voracità panteistica, come se improvvisamente avesse avuto il dono dell'Aleph borgesiano:

 

"Guardò la foresta sulla riva del fiume, vide ogni singolo albero, ogni singola foglia e ogni singola venatura su ciascuna foglia... vide persino gli insetti che vi stavano sopra: le locuste, le mosche dal corpo iridescente, i ragni grigi che filavano le loro ragnatele di ramo in ramo. Osservò i colori dell'arcobaleno riflessi in tutte le gocce di rugiada che imperlavano un milione di steli d'erba. Il ronzio delle zanzare che danzavano sui gorghi del fiume, il battito d'ali delle libellule, le bracciata delle argironete, simili a remi che sollevavano la loro barca... tutto produceva una musica udibile".

 

Farquhar infine tocca terra. Piange di gioia. Non gli resta che cercare la via di casa. Nel lungo attraversamento della foresta in cui si ritrova, di notte, e che stenta a riconoscere ("non sapeva di vivere in una regione così selvaggia"), il fuggitivo vede "costellazioni insolite" che lo inquietano per un "significato segreto e infausto"; ode "sussurri pronunciati in una lingua ignota". Bierce apre di nuovo al dubbio che qualcosa di misterioso sia in atto, sebbene lo stile resti ancorato alla realtà oggettiva  (a differenza di quanto accaduto in precedenza), e i fenomeni dissonanti siano assorbiti nel lessico che ha fin qui certificato l'esistenza in vita di Farquhar. Quest'uomo soffre per i lividi e i gonfiori al collo; ha gli "occhi congestionati" e la "lingua gonfia"; assapora la tenerezza del manto erboso sotto i piedi stanchi. Ancora una volta, mentre prosegue faticosamente senza punti di riferimento, è il pensiero della sua famiglia a dargli la forza per andare avanti. Quest'uomo merita di ricongiungersi con i suoi cari.

Con sua moglie, prima di chiunque altro. Il mattino dopo, quando si ridesta di fronte al cancello della sua proprietà. Bierce, per l'ultima volta, infonde nella fraudolenta oggettività dell'intreccio una goccia di ambiguità: il cambio di scena, con l'improvviso e troppo puntuale risveglio ai margini dell'avita piantagione, potrebbe avere a che fare con una forma di "delirio".

Poi, alla luce del sole, il racconto si fa immediatezza. Tutto accade ora, in un tempo presente che preannuncia la fine di ogni tempo. É in questo tempo che non esiste che Farquhar "s'inoltra lungo l'ampio viale bianco", e che "la moglie dall'aspetto giovane, riposato e dolce, scende dal portico per andargli incontro". Un tempo che non permette ai due di riabbracciarsi, ma che con un improvviso colpo alla nuca tramortisce lo spettro e restituisce al lettore un cadavere penzolante sotto le travi del ponte di Owl Creek.

Il doppio inganno è perfettamente riuscito.

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