Cos’è il reale?

La piena di Carlos Dámaso Martínez

 

 

di Alfredo Zucchi

 

Scrivere un racconto non è lo stesso che scrivere un libro di racconti. Senza entrare nei dettagli dei fattori di marketing editoriale che conferiscono a un libro una certa immagine e una certa identità, si possono distinguere due tipologie di libri di racconti: quelli di carattere antologico e quelli invece i cui testi presentano un tessuto o membrana che li tiene legati insieme.

 

I libri di racconti i cui testi siano legati l’uno all’altro non sono rari – più rari invece sono i casi in cui si verifica una relazione armonica tra questi, in cui si assiste a una progressione, a una direzione nella disposizione interna. Probabilmente il nodo più difficile da sciogliere, per uno scrittore, nel pensare un libro di racconti, è la ripetizione: ci sono libri di racconti di grande qualità i cui testi sembrano riprodurre ossessivamente lo stesso disegno, in cui al lettore pare di leggere ogni volta lo stesso racconto (è il caso  di  Io odio John Updike di Giordano Tedoldi).

E ci sono invece libri di racconti che riescono a sciogliere questo nodo. Tra i casi più felici si possono annoverare, tra i classici, Un medico di campagna di Franz Kafka (le circostanze di composizione di questo libro hanno del miracoloso, considerato il brevissimo periodo di composizione e revisione), Finzioni di Jorge Luis Borges e La mostra delle atrocità di James Graham Ballard. Tra questi c’è anche La piena (Arcoiris, 2011) di Carlos Dámaso Martínez, in cui l’autore riesce a creare non solo un ambiente omogeneo, ma anche una dinamica interna, un crescendo tra i cinque racconti che lo compongono.

 

Ho avuto di recente l’opportunità di intervistare Dámaso Martínez e di chiedergli in che modo ha lavorato per ottenere questo effetto. Lo scrittore argentino isola tre elementi:

 

- l’ambientazione: i testi trascorrono tra le montagne di Cordoba e a Buenos Aires; entrambi i contesti fanno parte del vissuto intimo dell’autore

- la poetica o orizzonte estetico: i testi si muovono nel genere fantastico

- la contiguità temporale della composizione: i testi de La piena sono stati scritti a poca distanza l’uno dall’altro, e “le ossessioni tematiche e estetiche di solito creano un circolo intimo che ha a che vedere con un momento preciso che uno ha vissuto”.

Si tratta, nelle parole dell’autore, di fattori elaborati, almeno in parte, in modo inconscio – soprattutto il primo e il terzo. Il secondo, invece – l’orizzonte estetico in cui si muovono i racconti: il fantastico – è una scelta deliberata. E cos’è il fantastico?

Dámaso Martínez risponde così:  “Il fantastico per me è principalmente quello che dice Rosemary Jackson nel suo Il fantastico. La letteratura della trasgressione (Pironti, 1986), quando segnala che ogni testo fantastico pone un enigma, e la base di quest’enigma è, nella narrazione, lo sviluppo di una storia in cui ci si trova in presenza di eventi inesplicabili, in generale ambigui e indeterminati, che provocano turbamento nel lettore, e soprattutto provocano la domanda incessante: cos’è il reale?”

 

Nei cinque racconti de La piena questo turbamento ha origini ogni volta distinte – il ritrovamento del cadavere di una cavalla gigante nel letto del fiume ne “La piena”; il ritorno di un amico d’infanzia sparito durante la dittatura in “Incontri velati”; la suggestione e la rincorsa erotica in “Come una visione”; la traccia del ricordo infantile e dell’iniziazione alla vita adulta ne “I giorni dell’Eden”; il deliquio, narrato in terza persona, di un individuo prossimo alla morte ne “Il resoconto impossibile”.

 

Dámaso Martínez modula l’enigma – la domanda fondamentale: cos’è il reale – in ognuno dei cinque testi in modo diverso, mettendo l’accento ora sulla volontà raziocinante di risolverlo, ora sulla tentazione di abbandonarsi ad esso senza compromessi, ora sull’interferenza del vissuto intimo, del ricordo, come fattore deformante (programmatica l’epigrafe di “Incontri velati”, da Walter Benjamin: “Impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”). In nessuno dei casi l’enigma si scioglie: non per ellissi deliberata da parte dell’autore; al contrario poiché l’enigma è la narrazione stessa.

 

La membrana che tiene insieme i racconti de La piena è dunque un’idea precisa, una poetica ben definita del genere fantastico: Dámaso Martínez si muove all’interno di questo quadro estetico con libertà e allo stesso tempo con consapevolezza delle sue regole e dei suoi limiti. L’equilibrio tra invenzione e rispetto dei confini  di genere, inoltre, permette all’autore di creare una dinamica interna tra i testi – un effetto cumulativo che arrichisce i testi di uno strato ulteriore, attraverso il quale immagini, suggestioni e corrispondenze circolano da un racconto all’altro come un flusso.  

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