Cos'è il reale? 
La piena di

C.D.Martinez. 

 

Scrivere un racconto non è lo stesso che scrivere un libro di racconti. Senza entrare nei dettagli dei fattori di marketing editoriale che conferiscono a un libro una certa immagine e una certa identità, si possono distinguere due tipologie di libri di racconti: quelli di carattere antologico e quelli invece i cui testi presentano un tessuto o membrana che li tiene legati insieme.

 

La vertigine di Julien Green

 

 

Il racconto La ribelle è forse il più greeniano dell’intera raccolta. In un’intervista rilasciata al curatore di Histoires de vertige per la Pléiade, Green, nel mettere a fuoco uno dei temi portanti della raccolta, quello dell’infanzia violata dagli adulti, fa emergere una parola-chiave, “révolte”, che può costituire una buona chiave di lettura per spiegare il senso di molti dei suoi racconti

Il racconto come origine della narrazione, secondo Gianni Celati. Da Nuova Prosa.

 

La novella è originaria in quanto forma elementare, fondamentale, la più semplice, difatti simile all’aneddoto perché ugualmente priva di pretese, senza l’intenzione cioè, per chi la racconti, di imprimervi un significato aprioristico, codificato in precedenza. Questo punto è capitale per capire la scelta di Celati, secondo il quale, nelle novelle tradizionali, “si capita casualmente in una serie di intrecci, e poi si trova quel che si trova. È il fatto di narrare in sé che ha significato, non c’è l’idea di un significato specifico che deve giustificare il racconto”. 

Narratori di poche parole

 

“C’era una volta in cui, all’improvviso, mentre ancora poteva, il racconto cominciò.” Inizia così Un racconto improvviso di Robert Coover, il primo dei 70 di questa antologia di racconti brevissimi, non vale per loro la definizione di short story ma quella di short-short story, short-short, due volte short, per dire che più breve di questi racconti c’è solo la striscia disegnata da Tom Gauld, intitolata storia breve, raffigurante uno scrittore al cospetto di un editore e il seguente dialogo:

“Volete pubblicare i miei racconti brevi?”

“No.”

La variante Lalo Cura

 

Mentre proliferano le edizioni commerciali di Bolaño – in Spagna, le quarte di copertina di 2666 e de I dispiaceri del vero poliziotto di Anagrama recitano ancora “romanzi non terminati ma non per questo incompleti”, le prossime edizioni Alfaguara invece proporranno dediche tutte nuove all’insegna dell’amore coniugale; in Italia, Adelphi si adatta e scrive nella quarta de Il gaucho insopportabile che il libro è “il testamento spirituale di Bolaño” – continua a mancare un’edizione critica. Nell’attesa che anche lo scrittore cileno trovi i suoi amorevoli e spietati Colli-Montinari, bisogna arrangiarsi e navigare a vista.

La forma racconto in Michele Mari

 

Michele Mari appare un alieno nella letteratura contemporanea italiana anche se pensiamo ai suoi racconti, così distanti sia dall'esperienza dei Cannibali sia dall'asciutto minimalismo importato dagli americani, ma anche dal nuovo realismo degli anni Zero. Quando si smette di considerare quelle qualità “intrinseche” alla forma-racconto e si approccia un ragionamento più storicistico, il racconto di Mari appare davvero in controtendenza, se non proprio incollocabile.

Tre variazioni su J.G.Ballard

 

Quando si dice che La mostra delle atrocità di J.G. Ballard è un romanzo di racconti, si semplifica oltremodo: il legame tra i quindici testi brevi che la compongono non è dato da un’idea di progressione drammatica, di percorso narrativo, come in un romanzo – come per la melodia e l’armonia in Solo Piano, l’idea della trama e dello scioglimento sono fattori estranei alle logiche del testo in questione. Al contrario, sembra di assistere ogni volta alla ripetizione ossessiva dello stesso quadro. Quali sono allora i vettori di movimento e differenziazione ne La mostra delle atrocità?

 

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