Un'altra estate

 

un racconto di Milo Busanelli

 

 

Uscire la sera no, stare con gli amici la domenica neanche e il pomeriggio sempre in casa. Vallo a dire a mio padre, il motorino non voleva comprarmelo, una ragione particolare non c’era, se c’era non usciva dalla sua bocca e immaginarla non serviva a niente.

Quattordici anni. Altrove avrei trovato una soluzione, invece a Migliara potevo spostarmi solo in auto coi miei genitori, in corriera per andare a scuola o in sella a un altro motorino se qualcuno fosse stato tanto gentile da propormelo e se i miei non l’avessero saputo.

Pensare che gli altri avevano ricevuto il Fifty 50 appena compiuti gli anni, nulla di nuovo, già giocavano al Sega Mega Drive prima ancora che i miei mi regalassero, dopo tante insistenze, un Master System. Anche i loro genitori dovevano mantenere più figli, solo che sembravano più generosi o, come diceva mio padre, li viziavano.

L’unica alternativa era la bicicletta, una mountain bike a 18 marce che da quando avevo cambiato la Bmx e fino a pochi mesi prima era il nostro mezzo di spostamento. Il ritrovo era il campetto sportivo senza porte della chiesa, tutto zolle e rete metallica accasciata, una groviera di buche dove i cani grufolavano alla ricerca di talpe. Tranne d’inverno almeno funzionava la fontanella che usavamo per fare i gavettoni, ma solo se il prete non c’era, perché la bolletta la pagava la parrocchia.

Quando era bello prendevamo le bici in direzione Marola passando per Boastra e La Svolta, dove mi ero sbucciato un ginocchio più volte, a Casina giù per i tornanti per andare in edicola a comprare The Games Machine e le figurine dei calciatori - di solito loro perché io non avevo un soldo - a Beleo e a Roncroffio con ritorno lungo la Statale passando davanti a Campo dell’Oppio dove abitavano i miei nonni, oppure verso i laghi di Leguigno, anche se non sopportavamo la puzza sotto il naso dei leguignesi, come i nostri genitori dicevano e noi ripetevamo perché lo dicevano loro.

Il ritrovo era sempre lo stesso, e da lì partivano in sgommata impennando, il casco attaccato al manubrio; partivano loro, io rimanevo. Sempre la stessa domanda: cosa aspettavo a prendere un motorino? Dopo qualche settimana non mi feci più vedere.

Avevo smesso la bicicletta perché da solo non ci sarebbe stata la gara a chi arrivava primo in cima alla salita, niente soste a scambiare parole che restavano tra noi e grida in discesa. Spiegalo a mio padre. Spreco di soldi, diceva, e così si allontanava la possibilità che potesse comprarmi qualcos’altro, figurarsi un motorino.

Quello che rimaneva da fare, dal momento che non avevo voglia di studiare, era leggere. Mi chiudevo in camera, la schiena alla porta, davanti un libro di scuola a caso e sopra un classico tipo Hesse, Hemingway o Dostoevskij perché sembrava che solo le cose vecchie fossero importanti. Quando entrava qualcuno, e dico entrare, non bussare, invertivo la posizione, lo facevo appena sentivo qualche passo sospetto intorno alla porta, così che il movimento fosse completo prima che mia madre potesse accorgersi di nulla.

Se l’avessero saputo i miei compagni mi avrebbero dato del secchione e gli insegnanti si sarebbero chiesti come mai leggevo tanto e studiavo poco - una domanda senza risposta. Oppure sì: leggevo perché mi mancava la voglia di studiare, non avevo un motorino, niente ragazza, i giochi del Master System li avevo finiti tutti e nella speranza che il prossimo regalo fosse un Fifty avevo smesso di chiederne altri, così mi avevano regalato maglioni di una o due taglie in più per quando sarei cresciuto.

Meglio se fossero stati di lana e non di acrilico, ma allora mi mettevo quello che diceva mia madre e zitto, era pur sempre una concessione di persone che lavoravano e mantenevano due figli, di cui una, la più brava, all’università. Per questo ero finito a studiare ragioneria: non potevano permettersi un altro liceale che avrebbe iniziato a lavorare chissà quando.

Ci sarebbe stata una sola via di fuga dalle ore di lezione in cui fingevo di ascoltare, dallo zaino tarocco dell’Invicta sul punto di cedere che era stato di mia sorella e prima ancora di chissà chi, dai compiti a casa che eseguivo in fretta o copiavo la mattina dopo, dalle domande di mia madre cui davo le risposte che voleva sentirsi dire e sempre le stesse, dal telegiornale per cena che poteva commentare solo mio padre, dal film per il dopocena scelto sempre da mio padre e dalla buonanotte tra il primo e il secondo tempo perché la sveglia era alle sei e mezza. Si chiamava sabato sera, ma per me era un mondo sconosciuto perché non avevo il motorino e non conoscevo nessuno che avesse la patente, tranne mio padre che non aveva intenzione di farmi da autista perché suo padre non l’aveva mai fatto per lui.

Tra i compagni del sabato sera si creava una complicità diversa che di settimana in settimana divideva e rimescolava i gruppi, ma quando c’ero io si abbassavano le voci; ormai non facevo più domande, preferivo immaginare tutto.

Unico diversivo? La gita di fine anno.

Cercai di spiegare a mio padre che era un viaggio formativo; avremmo visitato musei e gli insegnanti ci tenevano ci fossimo tutti. Ma lui tagliò corto, se volevo formarmi potevo aiutarlo a raccogliere le patate, a fare la legna o a tagliare l’erba.

Quando arrivò l’estate, i miei compagni di classe che già parlavano di vacanze e venerdì sera, smisi di leggere perché c’era caldo, però presi a fare lunghe passeggiate per i campi invasi dalle cavallette. All’inizio aggiravo le nubi brulicanti, tutto stava nel prevederne spostamenti e capricci, avvicinarsi il più possibile e non farsi toccare, quindi tornavo a casa contento e lo ripetevo appena capitava, a volte ci riuscivo, altre volte rischiavo troppo e sentivo pizzicarmi una guancia, lo zampettio sui capelli, il corpo che cozzava contro i jeans.

Tutto sommato era più divertente così, allora pensai di buttarmici in mezzo, coprendomi la faccia e sentendo tutti quegli insetti che mi sbattevano contro, l’obiettivo era raggiungere il bosco in fondo, e quando ci riuscivo non mi sentivo meglio perché avevo fatto solo il mio dovere. Se ci pensavo la sera mi davo dello stupido, ma il giorno dopo, quando non aiutavo mio padre, lo rifacevo.

Era pur sempre meglio che trascinare un pezzo di tronco nel bosco, mio padre a dirmi che ero troppo lento, un fifone perché non avevo il coraggio di salire sul tetto per sistemare le tegole, un imbranato perché non riuscivo a trovare le tenaglie in garage, mi ero rincretinito se non sapevo cosa fosse un podaglio. Eppure mi chiamava sempre, tanto non avevo niente da fare e un giorno avrei dovuto arrangiarmi da solo.

Dopo qualche settimana, quando l’attraversamento mi era venuto a noia, presi a catturare le cavallette e a torturarle in garage, a cronometrare quanto potevano resistere con un chiodo che le passava da parte a parte o sotto la fiamma dell’accendino. Lo trovavo più divertente, la sera andavo a letto tranquillo e quasi non pensavo al motorino.

Poi venne il caldo torrido, ai telegiornali dicevano l’estate più calda degli ultimi vent’anni, ma in casa era vietato lamentarsi, se non riuscivo a dormire potevo sdraiarmi in cantina. Mi svegliavo stanco, non avevo voglia di far niente e nemmeno le cavallette m’interessavano più, ciondolavo agli ordini di mio padre perché ero costretto e una volta presi uno schiaffo perché non ascoltavo.

A metà luglio arrivarono due villeggianti, non capitava da qualche anno, chissà perché proprio a Migliara, per giunta molto carine - diceva mia madre. Ripresi la bicicletta per muovermi veloce e setacciai il paese: le solite curve a metà, i saliscendi, le buche che una volta coperte si riaprivano al primo freddo, le case abbandonate che perdevano pezzi in strada che nessuno raccoglieva, i cani che ringhiavano, facevano per correrti dietro e se capivano che avevi paura provavano a morderti, ma bastava battere i piedi per farli scappare. Mi chiedevo cosa sarebbe successo tra qualche anno, quando tutti questi vecchi sarebbero morti e i loro figli scappati. No, qualcuno sarebbe rimasto, avrebbe prolificato, tra cinquant’anni ci sarebbe stato un altro quattordicenne come me sulla bici del futuro. Ma dal momento che il futuro, qui, non arrivava mai, doveva per forza essere come la mia.

Quanto alle ragazze non chiesi in giro perché mi vergognavo, però ci riprovai il giorno dopo e quello dopo ancora. Le trovai sotto il portico della chiesa, erano loro perché non le avevo mai viste, sedute a gambe incrociate a parlottare, i capelli tinti e i vestiti nuovi come qui non si usava ancora e gli atteggiamenti di chi vuol sembrare grande, ma si capisce che non lo è davvero. Quando mi fermai sul selciato neanche si voltarono, allora finsi indifferenza anch’io, ma non avevo nessuno cui rivolgere la parola e nient’altro da fare, tranne voltare la bici.

Il giorno dopo tornai e loro non c’erano. Però nella strada verso casa ho sentito il rumore, i Fifty che passavano suonando il clacson e le villeggianti sedute dietro. Non aveva importanza perché l’indomani avrei ripreso a leggere.

Invece restai con mio padre dalle sette di mattina fino a sera, per pranzo un panino preparato da mia madre, tanto pane e qualche fetta di salame, tutto il giorno nel bosco per tagliare gli alberi e caricarli sul trattore. Ci fosse stato un cane l’avrei visto correre a caccia di leprotti, ci avrebbe seguiti scodinzolando, l’avrei chiamato se si fosse allontanato troppo, ma un cane andava nutrito e abbaiava, da piccolo ne avevo uno, finché si era mangiato un boccone avvelenato e tanti saluti.

In compenso da casa nostra passavano quelli degli altri, pisciavano contro le piante e via, poi c’erano i gatti selvatici dentro la stalla, ora deposito di assi, scatolame e ferraglia sotto cui si nascondevano e prolificavano, mio padre provava a catturarli, ma ci riusciva solo con i più piccoli, per accopparli usava la zappa e li buttava nel cassonetto, altrimenti ci avrebbero invaso.

Per questo i sopravvissuti ci odiavano tanto e scappavano ogni volta che ci vedevano, per quanto li sfamassi di nascosto con gli avanzi nulla da fare, allora presi a odiarli anch’io, però gli portavo da mangiare lo stesso perché erano così magri e spelacchiati che non avrebbero superato l’inverno. A ognuno di loro avevo dato un nome, finché mio padre disse che dovevo smettere, i gatti randagi non vanno chiamati perché non sono di nessuno.

Quell’estate morì mio nonno, mentre si chinava per raccogliere il portafoglio una vacca gli tirò un calcio. Cose che capitano, dicevano tutti; meglio così che in un letto d’ospedale. Nessuno che sapesse spiegarmi il comportamento dell’animale, eppure il nonno lo trattava come fosse di famiglia. Non feci domande e al funerale assunsi l’espressione seria che avevano i parenti stretti; al momento di chiudere la bara mia madre ebbe un cedimento e mio padre le ordinò di non piangere. Per il resto filò tutto liscio.

Era pacifico che la stalla e le bestie le avremmo vendute, ma era o non era il caso di prendere la nonna con noi? La decisione spettava a mio padre perché la madre era sua, ma avrebbe deciso lui anche se fosse stata la suocera. Non se ne fece niente, lei continuò a vivere per conto proprio perché era ancora in gamba e io ripresi a giocare al Master System che era sempre meglio di niente. Con la scusa del lutto niente vacanze al mare, che tanto erano una perdita di soldi. Passai la seconda metà d’agosto a sperare che la scuola iniziasse il prima possibile, però ero convinto che me ne sarei pentito appena fosse iniziata davvero.

Mai mi sarei aspettato, ai primi di settembre, che mio padre venisse a prendermi a fine giornata dicendo che c’era una sorpresa, sia perché mio padre non riservava sorprese che non fossero fregature, sia perché il tono con cui l’aveva detto e gli atteggiamenti facevano presumere una sorpresa vera, così lo seguii a piedi per le case del paese, fino a quella di Giannino, un vecchio che aveva combattuto la Grande Guerra e fino a dieci anni prima usava il motorino per andare al bar; ora non gli serviva più, e dal momento che mio padre gli aveva fatto qualche lavoretto, se volevamo e se partiva era nostro.

Lì per lì non lo provammo neanche, lo portammo a mano, anzi lo portai io per concessione del genitore, ché poi domani avremmo fatto tutto il possibile per rimetterlo in sesto. Speravo fosse andato, chissà da quanto era fermo, ci fosse stato un solo pezzo da cambiare ero salvo, ma finsi di essere contento e andai a letto presto.

La mattina dopo non ci volle molto, il motorino partì alla seconda pedalata in discesa e mi risolsi a fare un giro per accontentare mio padre, in fondo era pur sempre meglio di una bicicletta, anche se in salita si spegneva e la velocità non era quella di un Fifty. Passai il pomeriggio a lavarlo e alla fine dovetti ammettere che era un brutto arnese, ma meno peggio di quanto temessi.

Il giorno dopo pensai perché no, potevo passare dal campetto, era l’ora in cui s’incontravano, se c’erano bene, altrimenti faceva lo stesso. Loro sì, ma non le villeggianti, tornate in città da qualche giorno, e pure i miei amici stavano per partire, se mi andava potevo seguirli, sperando che almeno mi avrebbero aspettato. Era andata bene, nessun commento sul catorcio che mi ritrovavo, così restai in coda per metà paese buono, finché sentimmo lo scoppio. No, non era la gomma, ma intanto si sentiva una puzza e il motorino non c’era verso di farlo ripartire. Gli altri rimasero quei cinque minuti di false speranze, poi si stancarono.

Per mio padre non era colpa del motorino, ero io che l’avevo forzato, che credevo di essere un pilota e guarda cos’avevo combinato, neanche un regalo mi si poteva fare, e aveva sentenziato che bisognava portarlo in discarica e basta, ma l’avrei fatto io, così imparavo.

Almeno mi consolava che l’estate era finita e le lezioni sarebbero riprese tra poco. Inutile chiedere uno zaino nuovo, l’importante era che non cedesse davanti a tutti, quanto al resto mi sarei arrangiato dimenticando i libri a casa o lasciandoli a scuola.

Dovevo andare avanti così e sperare per il meglio.

Milo Busanelli. Reggiano, classe 1981, addetto stampa. Ha realizzato alcuni cortometraggi e scritto tre sceneggiature per lungometraggio, finaliste al Riff e al Sonar (dove ha ricevuto una borsa di studio). I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8x8 e pubblicati su inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L'Inquieto, Ellin Selae, la rassegna stampa di Oblique e Nazione Indiana.

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Commenti

  • Antonello F. (giovedì, 18. febbraio 2016 16:13)

    Bravo Milo. Un buon racconto (forse autobiografico...). E' come un quadretto di provincia che profuma di campagna e di pomeriggi assolati. Spigliato, leggero, un po' malinconico. Promettente.

  • Fiorella Malchiodi Albedi (giovedì, 03. marzo 2016 16:54)

    Il caldo, la noia, la solitudine, le speranze e le disillusioni. Proprio le estati della mia adolescenza. Veramente bello.

  • Fiorella Malchiodi Albedi (giovedì, 03. marzo 2016 16:56)

    Il caldo, la noia, la solitudine. Le speranze e le disillusioni. Proprio le estati della mia adolescenza. Veramente bello.

  • Luca Domenichini (martedì, 08. marzo 2016 13:07)

    Complimenti Milo! Mi hai fatto tornare alla mente un sacco di ricordi! Hai saputo sfumare dalla autobiografia al racconto di fantasia in modo magistrale! Mi è piaciuto davvero molto!

  • N (mercoledì, 11. maggio 2016 17:27)

    Grazie per questo racconto, molto bello. Ho trascorso minuti felici.

  • Loredana (domenica, 15. maggio 2016 16:31)

    Bello e un po' doloroso come solo certi ricordi sanno essere. Bravo.

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