Senza sangue

 

un racconto di Fabio Gaccioli

 

 

Giulia dice che le sembra di non aver mai fumato cosi tanto come in questo periodo. Dice che il vizio del fumo non l'ha mai percepito in modo così violento come in questo periodo. Un vizio schifoso. La cosa peggiore è che le sembra di avere perso la capacità di distinguere gli odori o i gusti. Sta tentando di spiegargli che, per come la vede lei, avere olfatto e gusto anestetizzati è un po’ come ritrovarsi in balia degli eventi.

"Perché se io non sono nemmeno libera di sentire gli odori che mi stanno intorno, ad esempio, come faccio a sapere se vivo nello sporco o no?"

Lui guarda la sveglia sul comodino. La mezzanotte è passata da un po’ e gli è salito un gran sonno. Vorrebbe riuscire una volta tanto ad addormentarsi prima delle tre di notte. Sa che tra poco comincerà a salirgli la chimica, e a quel punto gli toccherà alzarsi e andare in cucina per tentare di mettere insieme qualcosa preso tra frigorifero e dispensa. Tra l'altro non sa nemmeno cosa possa essere avanzato. Hanno campato per una settimana facendosi fuori la roba che sono riusciti a portarsi via dalla casa dei genitori di Giulia. Ma a occhio e croce, ormai, dovrebbe essere finita anche quella. 

 

Si sta mordicchiando una pellicina dalle mani. Si lamenta di non avere mai avuto mani cosi brutte come da quando ha cominciato a lavorare al ricovero per anziani. Ci va tre volte a settimana. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Dalle cinque del pomeriggio alle dieci di sera. Sono i giorni del cambio biancheria. Arriva un camion dal modenese che porta via la roba sporca. Lei è incaricata di raccoglierla prima che arrivi e prepararla per il trasporto. Poi quando il camion è ripartito deve passare per i piani con il carrello delle pulizie e lavare i pavimenti dei corridoi, i bagni, le stanze degli ospiti.

Lui non sta lavorando. E sono passati ormai quattro mesi dal loro trasferimento. Le prime settimane usciva regolarmente per dei colloqui. Era metodico. Andava all'edicola e comprava il giornale di annunci. In casa, la mattina, mentre Giulia dormiva, seduto al tavolo della cucina sottolineava con una matita quelli che potevano interessargli. Poi prendeva il telefono e fissava gli appuntamenti. Trovò lavoro per qualche settimana con un'agenzia di catering. Servì a tavola a un matrimonio e a un battesimo. Dovette anticipare un quarto della paga per comprarsi l'uniforme: pantaloni neri, camicia bianca, scarpe comode. Adesso quegli indumenti stanno inguantati in una busta di plastica appesi a una gruccia dentro l'armadio.

 

"E poi non ho capito. Parli delle sigarette, oppure dell'erba?"

"Le sigarette" dice lei, guardandosi il palmo della mano destra. "Sai quanto potremmo risparmiare se smettessimo di fumare tutti e due?"

"No, quanto?"

"Tanto."

"Allora credo proprio che dovresti farlo."

Giulia distende il braccio per intero contro la luce del lampadario. Si osserva la mano. Apre e richiude le dita. Poi l’avvicina e si mette a guardare qualcosa in quei centimetri di pelle tra indice e medio. "Mi si stanno spaccando", geme. Schiocca la lingua e lascia ricadere la mano sulle lenzuola. "Mia madre aveva delle mani bruttissime. Le si rompevano ogni inverno, col freddo, in mezzo alle dita. Dei taglietti senza sangue che la facevano impazzire. I detersivi. Mica si usavano i guanti di gomma all'epoca."

"Le tue mani sono bellissime", prova a rassicurarla lui.

"Non lo so" fa lei. "Non mi viene sonno. Pensavo..." dice.  "Tu li hai sentiti, la notte scorsa?"

"Cosa?"

"I rumori."

"Quali rumori?"

"I soliti rumori."

"I soliti rumori?"

"Sì, dai... quelli che fanno loro."

"Io non ho sentito nulla."

"Bella fatica, tu non senti mai niente."

"Sei tu che senti sempre rumori che non ci sono."

"Ci sono eccome, i rumori."

"E con questo?"

"Che domanda del cazzo."

Gli si toglie di dosso con uno scatto. Si mette sdraiata nella sua parte di letto. Poi si libera dalle coperte con un colpo lasciando ricadere le gambe nude sul copriletto.

"Mi sono perso un passaggio." Dice lui, sollevandosi a sua volta a sedere. "Mi spieghi perché ci siamo messi a litigare?"

"Io non sto litigando". 

"A me sembra esattamente il contrario."

"A te sembrano un sacco di cose che a me non sembrano proprio, ok?"

"Senti" dice lui. Ma non riesce a trovare un seguito ragionevole. Si volta su un fianco. Spegne la sua lampada. Si avvicina al bordo del materasso il più possibile. Così, da questa posizione, percepisce il corpo di Giulia alle sue spalle. Preme sul materasso, inclinandolo leggermente. Immagina i suoi occhi attraverso la lana dei capelli che lo fissano. Dopo qualche attimo la sente muoversi. Sa esattamente quale posizione sta per assumere. Sente una leggera corrente d'aria sotto le coperte e le lenzuola che cominciano a tendersi mentre Giulia s’imbozzola il più possibile, infilando un braccio piegato a V sotto il cuscino. Giulia è capace di restarsene immobile in quella posizione anche per tutta la notte. Immobile. Come un sasso. O un tronco d'albero. Ci sono state notti, ultimamente, in cui al buio è rimasto a guardare quel bozzo: una macchia più scura dell'ombra. Il suono del suo respiro, appena un raschio, si alza da quel fagotto rigido ed è l'unica cosa udibile in tutta la stanza. L'unico suono vivo, se si escludono le auto che passano sulla strada. Certe volte gli viene voglia di strattonarla via da quella posizione, anche con la forza.

Comincia a sentire le palpebre pesanti. Ma è più l'effetto dell'erba che hanno fumato per tutto il pomeriggio che per la stanchezza. Stringe gli occhi e vede palline luminose. Deve essere qualcosa che ha a che fare col sangue. Più stringe più vede queste palline di luce. È come avere un cosmo dietro le palpebre. Il buio non esiste, si dice. È una gran vigliaccata quella che ti raccontano. Il buio non esiste, e il sonno è appena un'intenzione. Serve volontà anche per dormire.

 

Poi la sente irrigidirsi sotto le lenzuola. Dice, a voce bassa: "Erri, dormi?"

"Sì" risponde lui.

"Lo hai sentito?"

"Cosa?"

"Quella specie di colpo."

"Dormi Giulia, su..."

"Ma lo hai sentito o no?"

"Cosa?"

"Quel colpo. Cazzo, io l'ho sentito. L'ho sentito proprio chiaramente. Una specie di colpo, qua sotto al letto. Cioè, non proprio sotto al letto... giù di sotto, hai capito?"

"Sì, ho capito."

"Ma stai dormendo?"

Si solleva a sedere sistemandosi il cuscino dietro la testa. Accende la lampada dalla sua parte.

Lui resta sdraiato, immobile, con le mani sugli occhi a fare da schermo. Ma sa che è tutto inutile. Sa che ormai hanno perso il sonno.

"Sei troppo nervosa."

"Può darsi" dice lei. Si allunga verso il comodino per accendersi una Kim. Segue con gli occhi la traiettoria del fumo che si dirada. "Devono essere degli zingari."

"Ma chi?"

"Quelli che stanno qua sotto."

"Degli zingari?"

"Esattamente" dice. "Degli zingari. O una cosa così." Dice: "Lo sai che per poco ieri non mi rompo l'osso del collo? Per colpa di questi qua sotto per poco non mi ammazzo..."

Lui si passa lentamente le mani sulla faccia. Si stava abituando all'ombra della stanza, e adesso tutta questa luce gli fa bruciare gli occhi. "Ma di che parli?"

Lo sa benissimo di che sta parlando. Ma non gli sembra il caso di pensarci adesso. Prima o poi si sistemerà anche questa faccenda. Non c'è nessun bisogno di lasciarsi prendere dall'isteria. E poi ha sonno. O almeno, vorrebbe aver sonno. Vorrebbe poter dormire liberamente. Chiudere gli occhi. Chiudere tutto. Dormire.

"È tutto quell'unto sui gradini" continua Giulia, che non ha la minima intenzione di lasciar cadere il discorso. "Sono scivolata mentre salivo le scale. Proprio su uno di quei gradini che usano loro. Era tutto sporco di unto. Per quello sono scivolata. A testa indietro. Per poco non me la spacco, la testa. Hai capito? Mi senti?" E aggiunge: "Che razza di casa è quella dove devo sempre fare attenzione a dove metto i piedi?"

  

Accende la luce in cucina, apre lo sportello del frigorifero e si piega per guardare all'interno. Gli scomparti sono vuoti, ad eccezione di un pezzo di grana e una busta di plastica con del prosciutto. Ci sono anche due limoni, ma hanno l'aria abbastanza rinsecchita. E poi non saprebbe che farsene di un paio di limoni. Prende il formaggio e il prosciutto e li sistema sul tavolo. Poi da una delle dispense afferra del pane e ne affetta un po’. Affetta anche il prosciutto cercando di mantenere un taglio il più sottile possibile, perché a Giulia piace così, e dispone tutto su due piatti diversi. Delle posate,  qualche tovagliolo di carta; richiude il frigorifero.

Prima di spegnere la luce decide di dare un'occhiata fuori dalla finestra. È una notte umida e la nebbia, bassa, sosta a banchi sotto la luce dei lampioni sulla strada. Da lì può vedere l'incrocio deserto su cui lampeggia la luce arancione del semaforo, l'edicola con le serrande abbassate, il palazzo di fronte con le mura incrostate dai gas di scarico e le finestre mute, la fila di alberi sul marciapiede opposto, la cabina del telefono e, dietro, la vetrina del bar. Apre la finestra e annusa l'aria fredda della notte. Sente sulla faccia la pioggerellina inconsistente di cui è gravida la nebbia. Sopra la sua testa, da qualche parte, dovrebbero esserci delle stelle e una luna.

Barboni che occupano le cantine del suo palazzo. Barboni che a notte fonda entrano ed escono da casa sua. Roba da pazzi. Deve essere successo la settimana in cui il portone è rimasto rotto perché i condomini (e lui tra loro, ovviamente) non hanno pagato la quota.

Barboni che entrano ed escono da casa sua come se niente fosse.

"È normale di questi tempi". Gli è stato detto da qualcuno. "Bisogna portare pazienza. Prima o poi il comune troverà una soluzione".

Richiude la finestra senza decidersi a tornarsene a letto. L'immagine della strada gli ha fatto tornare in mente un sogno che lo perseguita da un po’ di tempo, più o meno da quando si sono trasferiti nella nuova casa.

Si trova su una strada deserta, si sente braccato, e corre. Arrivato a un certo punto della corsa comincia a sentirsi leggero, così leggero da staccarsi dal suolo. Ma proprio quando gli sembra di potersi mettere a volare un uomo senza faccia alle sue spalle allunga il braccio e lo afferra per una caviglia.

L'ultima volta si è svegliato bagnato dal sudore e gli è sembrato di riconoscere un'altra ombra nella stanza, appena più densa del buio e quasi umana. Allora si è voltato verso Giulia che dormiva al suo fianco per scuoterla, avvertirla di qualcosa. Ma si è sentito come paralizzato e alla fine non è riuscito a fare altro che restarsene lì ad ascoltare quel raschio che è il suo respiro da addormentata, incapace di muoversi.

               

"Tutto qui?" Giulia abbassa le coperte in un risvolto sulle ginocchia. Ci sistema sopra il piatto e con la forchetta smuove una scaglia di formaggio. Lui si siede sul lato opposto del letto, da dove può guardarla in faccia.

"Domani chiamo l'amministratore del palazzo" fa lui.

"E cosa gli dici?"

"Che abbiamo un problema con quella gente di sotto. Un problema che non ci fa dormire la notte".

"Digli anche dell'unto sui gradini" dice Giulia. "La vuoi sapere la cosa più impressionante? È che non li ho mai nemmeno visti in faccia. Però so che ci sono. Sono là sotto. Magari fanno le stesse cose che facciamo noi, in mezzo a tutti quei topi. Useranno dei materassi per dormire. E poi c'è sempre questa puzza di fritto. Secondo me per cucinare usano le bombole del gas. Ma ti rendi conto? Corriamo il rischio di saltare per aria per colpa loro. Questo glielo devi dire. Devi dirglielo all'amministratore del palazzo che corriamo il rischio di saltare per aria". Poi lascia passare un momento, e gli dice: "Te l'immagini mai?"

"Cosa?"

"Come sia vivere in quelle condizioni." 

"Mai."

"Io sì, invece. Io lo immagino di continuo."

"Non serve a niente”. Spazza via le briciole di pane che gli si sono staccate dalle labbra, e si rende conto di non essere riuscito per niente a colmare quel vuoto che gli si spalanca alla bocca della stomaco verso quest'ora di notte. Avrebbe bisogno di mangiare ancora. E ancora. Fino a scoppiare. Spinge il piatto vuoto sopra le coperte fino al bordo del letto, poi lo cala sul pavimento reggendolo con la punta delle due dita. Si distende completamente. Si volta di schiena e in quella posizione allarga le braccia fino a toccare una gamba di Giulia.

 

 

Risale lungo le coperte tenendole una mano sulla pancia, al di sopra delle lenzuola, fino a sistemarsi con la testa sul suo petto. Può sentire il suo respiro che viene catturato e rilasciato; Giulia solleva e abbassa i suoi seni morbidi, solleticandolo dietro un orecchio. Lui chiude per un attimo gli occhi e si ricorda di quando da bambino si lasciava cullare al suono del phon che una delle sue sorelle usava per asciugarsi i capelli nella stanza da bagno; ripensa al vapore che avvertiva quando passava davanti alla porta - a quell'odore di bagnoschiuma e corpi femminili che esalano il tiepido.

Fa scivolare la mano su uno dei seni di Giulia, sotto la camicia da notte, fino a sentire il capezzolo che gli sfrega il palmo. Guarda nella luce fioca e sfilacciata delle lampade il poster di un gruppo musicale che le piace attaccato sul muro di fronte: raffigura un cavallo dorato dall'ampia criniera sopra un filo teso nel vuoto, con un'asta da equilibrista stretta in bocca. Con l'orecchio appoggiato sul suo petto si sente come scivolare in una specie di apnea. Ascolta la voce di lei articolare frasi di senso compiuto, ma tutto quello che gli arriva è il suono delle parole attutite nel respiro, come se tenesse la testa nel fondo di una vasca da bagno, e ascoltasse il mondo da laggiù. Percorre il cavo tra le cosce e sente sulla mano il ruvido delle mutandine. Apre la mano e la tiene sul suo sesso, per capire se sia umido o no. Lei si volta su un fianco rendendogli impossibile ogni altra manovra. Gli pianta gli occhi negli occhi. Parla. Ma lui non sente. Ha smesso di ascoltare. Rifiuta di ascoltare ancora. Si volta supino. Intreccia le mani sul petto.

Stringe gli occhi fino a farseli lacrimare.

Mi chiamo Fabio Gaccioli. Ho trentotto anni. Vivo in appennino, provincia di Reggio Emilia. Ho compiuto studi teatrali in Danimarca (dove ho vissuto per due anni) e in Italia. Ho lavorato quindici anni come attore in diverse compagnie. Dal 2005 al 2012 mi sono occupato di teatro/ragazzi scrivendo quasi una ventina di testi teatrali e conducendo laboratori nelle scuole. Nel 2012 ho scritto il mio primo spettacolo per adulti dal titolo “In virtù dell’orso” pubblicato dalla rivista “perlascena non-periodico per una drammaturgia dell’oggi”. Nel 2013 ho pubblicato il mio primo libro per i tipi di Aabao Aqu: “Nell’ombra della casa senza luce elettrica” che comprende tre brevi racconti. Lavoro in collaborazione con Collettivo Ansasà (ansasa.jimdo.com) in qualità di drammaturgo, attore e regista.

Commenti

Inserisci il codice
* Campi obbligatori
  • valentina (domenica, 03. maggio 2015 17:38)

    Bello. Grazie.

  • Milo Busanelli (mercoledì, 01. aprile 2015 22:20)

    Bello. Però, parere mio, stringerei di più sul finale, dopo lo stacco di riga (che toglierei). E sintetizzerei alcuni dialoghi.

 

ATTIVITÁ
 

Consiglia questa pagina su:

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Osservatorio Sul Racconto - 2014 Tutti gli articoli presenti su Cattedrale sono tutelati dalle clausole del Creative Commons