PERIELIO

 

un racconto di Lorenzo Pedrazzi

 

 

Mia sorella Giorgia era tornata a casa da un paio di settimane quando la Cometa Hale-Bopp raggiunse il perielio, nella primavera del '97. I telegiornali dicevano che il perielio era la distanza minima di un corpo celeste dal Sole, e poi mostravano fotografie della cometa scattate attraverso i telescopi, seguite immancabilmente da rozze animazioni elettroniche della sua traiettoria spaziale. Sembrava che all'improvviso tutti avessero scoperto le gioie dell'osservazione astronomica.

Io la vidi per la prima volta all'imbrunire, mentre tornavo a casa con mia madre dopo aver fatto la spesa, percorrendo via Altamura. Era una specie di proiettile argenteo che feriva il manto bluastro del cielo, ma con i contorni sfumati e una piccola coda evanescente. La indicai a mia madre che alzò lo sguardo, strinse un poco gli occhi e annuì con l'aria assente di chi ha ben altri pensieri per la testa. È probabile che quei pensieri fossero rivolti a mia sorella, alla sua espressione sempre accigliata e al velo sottilissimo di lacrime che aveva sugli occhi, o al fatto che trascorresse tutto il suo tempo a letto, in silenzio, spesso con la faccia premuta sul cuscino. Era così da quando aveva lasciato l'università. Mamma diceva che non stava bene, e che dovevamo avere pazienza. Eppure, non era facile abituarsi al senso di vuoto che Giorgia si trascinava dietro in ogni stanza, risucchiandone ogni minimo suono non appena vi metteva piede. Io e mia madre ci zittivamo all’improvviso, come se qualcuno avesse spento un interruttore. Aspettavamo semplicemente che se ne andasse. Così, tutti i pranzi e tutte le cene erano gravati da un silenzio spaventoso, turbato soltanto dal gelido stridore delle posate sui piatti.

Svoltando a destra in via Abbiati, dove abitavamo, Hale-Bopp rimase alle nostre spalle, e ci seguì finché non entrammo nel cancello del nostro condominio: una palazzina popolare con l'intonaco cadente, come la buccia di un frutto troppo maturo. Il cortile era lungo e stretto, suddiviso in tre aiuole circondate da vialetti in cemento grigio, e la cometa faticava a farsi strada tra le fronde degli alberi e il riverbero dei lampioni. Nel cielo che andava incupendosi sembrava persino più pallida. Dalla finestra di casa (abitavamo al pianterreno) non la si vedeva nemmeno più.

Giorgia era raggomitolata sul divano, quando rientrammo. I capelli raccolti sul capo le ricadevano in filamenti sottili davanti al viso, mentre nelle orecchie aveva un paio di auricolari che le pompavano in testa una musica indecifrabile, ma abbastanza alta da risuonare all'esterno come il ronzio stridulo di un insetto. Indossava una felpa Walls troppo larga, grigia, sormontata da un cappuccio dello stesso colore, da cui pendevano due cordicelle di cotone che terminavano in un nodo compatto; la cordicella destra disegnava una curva ripida verso l'alto fino a sparire tra le sue labbra, e lei ne mordeva l'estremità con spasmi frenetici della mandibola. Si raddrizzò, la fronte increspata, e mi sfiorò con quei suoi occhi caliginosi. Io accennai un saluto che mi uscì dalla bocca senza troppa convinzione, accompagnato da un gesto della mano talmente repentino da apparire casuale. Lei mi rispose con una specie di grugnito, poi si alzò e andò a rifugiarsi in camera sua, le mani affondate nelle tasche della felpa, da cui emergeva il rigonfiamento grottesco del walkman. La mamma, che cercava di non starle troppo addosso, si limitò a seguirla con lo sguardo mentre ciondolava verso la sua stanza, strascicando le ciabatte sul pavimento.

 

A cena, Giorgia mangiò con gli occhi incollati al piatto, lentamente, mentre io tenevo sulle ginocchia un libro di astronomia pieno d'illustrazioni delle galassie e del moto dei pianeti attorno al Sole: me lo aveva regalato lei per il mio decimo compleanno, e sulla prima pagina, con quella grafia da ragazzina che l'avrebbe accompagnata fino all'età adulta, aveva scritto che quel libro era la mia navicella spaziale per esplorare le stelle.

«Stai attento a non sporcarlo» mi disse la mamma. Giorgia, con una specie di riflesso pavloviano, lanciò un'occhiatina alla pagina che stavo sfogliando, socchiudendo lievemente le palpebre come per focalizzarla meglio. La pagina era tutta dedicata alla Cometa di Halley, che aveva solcato i nostri cieli quand'ero ancora molto piccolo.

«Dopo posso uscire a vedere la cometa?» chiesi alla mamma.  Lei inarcò le sopracciglia, come faceva sempre quando le balenava in testa qualcosa, e poi trasse un lungo sospiro, accennando con il mento a mia sorella: «Va bene» disse, «ma non da solo. Fatti accompagnare da Giorgia.»

Se il silenzio avesse avuto una manifestazione fisica percepibile, delimitata da contorni precisi, sarebbe stato un velo che si posa gradualmente dall'alto, ondeggiando nell'aria, e le nostre teste ne sarebbero state ricoperte come da un sudario.

Giorgia non rispose, non sollevò nemmeno gli occhi dal piatto; solo, la sua fronte divenne ancora più rigida e corrucciata, e i capelli le scivolarono sugli occhi come i lembi di una tenda.

«Fa niente» mormorai dopo qualche secondo. «La guardo dalla finestra.» Mentii perché dal pianterreno non si vedeva un accidente.

Da quel momento in poi, nessuno aprì bocca, se non per mangiare: gli unici suoni furono il tintinnio delle forchette e il fruscio discreto del mio libro. Però, di tanto in tanto, coglievo Giorgia che sbirciava tra le pagine, e ogni volta le piccole rughe attorno agli occhi parevano rilassarsi per un istante, tratteggiandole sul viso un'espressione che non potevo certo definire serena, ma aveva comunque una parvenza di normalità.

Dopo cena, invece di sparire in camera sua come al solito, rimase a gironzolare in soggiorno, mentre io aiutavo mia madre a sparecchiare la tavola. Nascondeva sempre le mani nella tasche della felpa, e continuava a masticare la cordicella del cappuccio. A vederla così inquieta, perennemente fuori posto, con gli occhi che vagavano dal pavimento alla televisione senza una logica apparente, sembrava fosse in attesa del momento giusto per fare o dire qualcosa, e che si crogiolasse nella ricerca delle parole o dei gesti più adatti. Quando andai alla finestra e mi sporsi sul davanzale per scorgere almeno il bagliore periferico della cometa, lei mi sfiorò una spalla con la mano, e io mi girai a guardarla con la bocca semiaperta e gli occhi spalancati per la sorpresa: era difficile che cercasse un contatto fisico con me o con nostra madre.

«Dai» mi disse a fior di labbra, ritirando la mano nella tasca. «Usciamo.»

 

In cortile non c'era traccia di alcuna presenza umana. I gatti randagi correvano silenziosi tra i cespugli, trovando rifugio nelle ombre della sera. Alcune finestre, sparse qui e là come le caselle di un cruciverba, emanavano le radiazioni azzurrognole degli schermi televisivi, vibrando al ritmo sincopato delle loro immagini. Io trotterellavo davanti a Giorgia, in cerca di un angolino dove piazzarmi con il mio telescopio. In realtà, quello che chiamavo telescopio era soltanto un piccolo cannocchiale rosso con un ridicolo treppiedi di plastica, sottile come le zampe di un ragno. I limiti tecnici del mio equipaggiamento non m'impedivano, però, di trarne alcune piacevoli soddisfazioni, come quando lo puntai per la prima volta contro la Luna, e potei osservare il bordo frastagliato dei suoi crateri.

Stretta nella felpa, la cordicella sempre in bocca, Giorgia mi seguiva con discrezione, ma credo che ogni passo le costasse una fatica sovrumana. La luce impietosa dei lampioni le deformava il viso in una maschera di chiaroscuri, facendo brillare lo strato di umidità che le ricopriva gli occhi. «Si vede poco» dissi con lo sguardo rivolto al cielo, e lei alzò la testa nella stessa direzione.

La cometa era una macchia biancastra diluita nel riverbero delle luci artificiali, sfigurata dai rami degli alberi, e circondata da poche stelle che pulsavano appena. «C'è troppa luce» conclusi. «Troppi alberi.»

Giorgia annuì, poi abbassò gli occhi e prese a scrutare le punte delle sue scarpe da tennis, che scavavano piccole buche nella ghiaia del cortile.

«Andiamo sul retro?» proposi.

Lei scrollò le spalle.

Sul retro del nostro palazzo c'era un altro cortile simile a quello principale, ma privo di lampioni e completamente ricoperto di asfalto, con solo un paio di alberi al centro. Era brutto a vedersi, ma ci si poteva giocare a pallone senza che il custode si lamentasse, e poi di notte era abbastanza buio da mettere in risalto la luce delle stelle. Io e Giorgia camminammo fino a raggiungere il fianco destro dell'edificio, girammo l'angolo e oltrepassammo il cancelletto che divideva i due cortili, preannunciato da un piccolo santuario con una Madonnina di ceramica. Era incorniciata da un neon blu talmente luminoso da indurre visioni mariane anche nel più combattivo dei miscredenti.

Ci chiudemmo il cancelletto alle spalle, e il cortile sul retro ci apparve come una grande massa scura, interrotta dalle luci che provenivano dalle finestre del condominio. «Mettiamoci al centro» dissi, indicando un punto indefinito nel buio. Con cautela, misurando ogni passo, mi spostai in mezzo al cortile, e sentii che Giorgia mi seguiva trascinando le scarpe sull'asfalto. «Non... non si vede niente» sussurrò, ma senza fermarsi.

«Meglio.»

Mi fermai, alzai lo sguardo verso il cielo e glielo indicai, anche se il mio dito era soltanto una sagoma dai contorni confusi. «Visto che roba?»

Era come osservare le stelle dal fondo di un pozzo. Il buio attorno a noi le aveva corteggiate, riaccese, moltiplicate, e la cometa non era mai stata così sfavillante. Potevo anche fare a meno del telescopio, preferivo guardarle a occhio nudo. Così mi sdraiai sull'asfalto perché mi stava venendo il torcicollo.

«Vieni anche tu» dissi.

«Ti farai male» fece lei.

«Lo sai fra quanto tempo tornerà da noi?»

«Cosa, la cometa?»

«2.400 anni. È un sacco di tempo.»

«Ah. Non lo sapevo.»

«Dai, vieni anche tu.»

Giorgia sospirò in modo strano, come se l'estremità tondeggiante del cordino le fosse riaffiorata tra le labbra e avesse ostacolato l'emissione dell'aria; poi, lentamente, si adagiò per terra, di fianco a me, e potei scorgere il suo profilo: somigliava a una catena montuosa nell'orizzonte notturno. Il rigonfiamento della felpa, all'altezza del ventre, si alzava e abbassava con affanno.

«Però, duemilaquattrocento anni...» disse.

Pronunciò la cifra scandendo ogni singola lettera, appesantendone il suono. Sul momento non ci feci caso, ma ora credo che si sentisse in soggezione davanti all'immensità di quell'arco temporale, come se tutti i suoi problemi, in confronto, non fossero nient'altro che una scheggia microscopica conficcata nel piede di un titano. Io le dissi che per quell'epoca probabilmente avremo abbandonato la Terra, e avremo trovato il modo di viaggiare da una stella all'altra. Poi le raccontai che la coda delle comete appare solo quando si avvicinano al Sole, perché il suo calore ne fa evaporare in una scia gli strati di ghiaccio più superficiali, e le dissi che tutte quelle cose le avevo imparate dal libro che mi aveva regalato lei. Sentii che tirò su col naso, mugugnando qualcosa di incomprensibile. Ruotai la testa verso di lei, saggiando la durezza dell'asfalto sulla nuca, e restai così per qualche istante, a guardarla.

Dopo un po’, incoraggiato dal buio, le domandai con un filo di voce: «Perché sei sempre triste?»

Lei emise un altro sospiro, più ruvido e breve, che le si arrampicò sulla superficie della gola per poi emergere con fatica tra la stretta fessura delle labbra. Non disse nulla per almeno un minuto, durante il quale io ripresi a osservare la cometa, un po' a disagio, come se la mia domanda fosse rimasta lì, nell'aria sopra le nostre teste, simile a uno spettro che ci spiasse dall'alto. Infine, con uno sforzo che mi parve disperato, mormorò: «Non lo so. Non riesco a essere qualcosa di diverso. Non riesco… »

S'interruppe. La sua mandibola ebbe uno spasmo improvviso, e ricominciò a torturare il cordino. Il respiro divenne ancora più affannoso, quasi frenetico. In quel momento, mi ricordai di una cosa che mia madre faceva sempre quando ero agitato per un'interrogazione, o perché dovevo fare un esame del sangue, o perché dovevo esibirmi nella recita scolastica di fine anno. Aveva sempre funzionato.

Allungai una mano per prendere quella di Giorgia, pescandola dalla tasca destra della sua felpa. Gliela strinsi, l'appoggiai sulla mia pancia. Le feci sentire il ritmo del mio respiro, tranquillo, regolare, cadenzato. Le dettai il tempo come un direttore d'orchestra. La sua mano era poco più grande della mia, e non avevo difficoltà a mantenere la presa, anche perché lei me la stringeva a sua volta. Le nostre mani bianche, immobili, pulsanti del sangue che scorreva, a dispetto di tutto, sotto la pelle.

Duemilaquattrocento anni di attesa, e avanti così, fino al collasso del Sole.

Io e Giorgia cominciammo a respirare insieme, mentre il brusio di un televisore risuonava da lontano, il terreno s'inumidiva nel fresco della sera, e la luce della cometa dialogava con il bagliore lattescente delle stelle.

Mi chiamo Lorenzo Pedrazzi, ho 30 anni e sono nato a Milano. Ho studiato Scienze dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo all’Università degli Studi, e lavoro nel campo del giornalismo cinematografico: dopo quattro anni come caporedattore di Spaziofilm, sono passato a Screenweek, dove scrivo soprattutto di cinema e serie tv; collaboro inoltre con Filmidee e altre riviste on-line. Durante l’università ho frequentato un seminario di scrittura creativa, muovendo i primi passi nei concorsi letterari. Ho pubblicato il mio primo racconto nel 2006, all’interno della raccolta Nuovi Autori Science-Fiction, mentre altri miei testi sono apparsi in ulteriori antologie o riviste letterarie, tra cui due edizioni di Giallomilanese e il libro 2007-2027: Come siamo, come saremo?, uscito insieme al film I figli degli uomini.

 

Commenti

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  • Franco S. (venerdì, 29. gennaio 2016 10:59)

    Il racconto più bello non solo dell'osservatorio esordienti ma probabilmente di tutto quelli finora pubblicati sul sito (a pari merito con quelli della Pareschi e Pugno)...

 

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