C'è vita su Marte

 

un racconto di Matteo De Chiara

 

 

Non ha un’aria qualunque, non l’ha mai avuta. Anche se ha solo sedici anni.

Anche se non ha nient’altro eccetto la sua età.

Mentre guida le sembra di essere qualcosa di più di una ragazza. È una sensazione che la riempie di vertigine ed euforia: sentirsi lanciati, liberi, fa questo effetto.

Sa che non si tratta di un gioco, non a questo punto. È sola, e nella sua solitudine avverte una specie di solennità che non ha provato prima. Ha la sensazione che questo momento avrà un peso nella sua vita. L’ha capito nell’istante in cui ha preso le chiavi dell’auto di suo padre ed è scesa in strada. Guardare il suo quartiere a quell’ora di mattina l’ha fatta sentire in collisione col mondo. Non c’entra solo suo padre, quello che si sono detti, ma tutto quello che le manca, che non ha mai avuto.

C’entra soprattutto lei.

 

Ha spinto l’acceleratore e ha sentito la macchina assecondare la sua voglia di allontanarsi. Non ha pensato a nient’altro. Si preoccupano delle conseguenze quelli che non hanno niente da cui fuggire. Quando suo padre si accorgerà di quello che ha fatto sarà tardi.  Ormai sta andando. Non sa ancora dove, conta solo che ci sia il mare. Ha passato l’ultimo inverno a immaginare l’acqua in movimento, l’orizzonte che si staglia indifferente sulla superficie increspata, torbida. La sensazione di apertura che trasmette. Anche se la vita non è una cartolina. Questo l’ha imparato bene.

 

Forse anche per questo sua madre ha voluto chiamarla Serena.  In origine voleva dire asciutto, secchezza. Un modo di ripulire il corpo, le idee da illusioni o tentazioni romantiche. Per lei Serena non ha mai significato altro. Niente che riguardi davvero la felicità, la limpidezza. È tutto quello che le ha lasciato prima di andarsene. C’è stata una specie di consegna in quel nome che l’ha aiutata a rispettare con la sua assenza. Per ritorsione Serena ha portato con sé dei vestiti dimenticati in fondo all’armadio, indizi della personalità di sua madre che lei non ha potuto trascinarsi dietro: foulard e camicie estive dalle tonalità accese che lei metteva anche d’inverno. Non ha mai sopportato i colori a tinta unita, aveva bisogno di abiti che suggerissero mondi inventati, che rimandassero alla sua voglia di essere altrove.

Dal finestrino aperto Serena lascia andare via qualcosa, un po’ alla volta: una canottiera nera, una gonna, dei pantaloncini succinti. Spesso ha tenuto quegli oggetti tra le mani, li ha annusati in cerca dell’odore di sua madre, delle tracce sprigionate dal suo corpo. Voleva impossessarsi della vita che circolava al suo interno, un’esistenza fatta di contrasti e anni vissuti in bilico. L’effetto di un’anima incrinata. Ora li abbandona in quel modo. Sono residui di lei che si mischiano all’erba, confondendosi  con le altre cose inutili di cui ci si libera.

 

“Cazzo, è davvero grande”.

 

È l’unica cosa che riesce a pensare, un pensiero ripetuto a voce alta che si riferisce a tutto e niente mentre accende la radio. Trasmettono una canzone di Bowie che le piace e la proietta indietro, dentro un altro momento.

Il modo in cui lui l’aveva fatto in fondo  le era piaciuto. Era stato brusco ma non c’era stato dolore, come le aveva promesso. Il dolore vero riguarda altre cose. Le aveva  chiesto solo di aprire di più le gambe, di farlo entrare senza sforzi. Serena aveva fatto così, mentre fissava le sue cosce scoperte spalancarsi nell’ombra. Osservare quella parte di sé tesa, proiettata nel vuoto, le era piaciuto più di ogni altra cosa. Aveva trovato irresistibile la simmetria dei muscoli e delle ossa, la loro lunghezza pallida che assecondava i movimenti di lui. Tutto il suo corpo stava rispondendo con facilità. Per aiutarla lui aveva acceso la radio. Davano quella stessa canzone.

Non era durato molto. Più che altro era stato un modo di rovinarsi insieme o di rovinare solo se stessa. Non può esserne sicura. Probabilmente non lo saprà mai. A casa, d’impulso, aveva svegliato suo padre. Certe esperienze dovrebbero confidarsi alla madre, se solo ce ne fosse una a cui raccontarle.

 

“Non sono più una ragazzina”.

La risposta di suo padre era consistita in uno schiaffo. Lei aveva avvertito il peso della mano, le nocche sporgenti contro lo zigomo e la guancia, come se qualcosa la stesse scavando di nuovo dentro. Il taglio aveva sanguinato subito. Per tamponarlo era bastata un po’ d’acqua. L’effetto l’aveva delusa, avrebbe voluto che almeno una parte di lei sanguinasse ancora per  un po’.  Da quel momento lei e suo padre si erano guardati in modo diverso. L’aria selvatica di Serena, da adolescente in preda a impulsi ormonali, si era inasprita. E anche quella precocemente invecchiata di suo padre. I loro sguardi entravano in collisione appena si incrociavano. La scomparsa di sua madre li ha uniti solo per poco. Un poco che non è bastato a tenerli insieme.

Non hanno neanche provato a cercarla. A che serve cercare qualcuno che decide di andarsene.

 

La sua immagine nello specchietto. Serena si accorge di essere spettinata, delle occhiaie viola si sono impossessate della sua espressione. Le conferiscono un’aria adulta, trascurata. Non ha fatto in tempo a guardarsi, prima. Ha messo solo qualcosa in una sacca. Non ha pensato ai soldi, ma allo spazio che le serviva e che si è presa. Non c’è nessun risvolto pratico nella sua fuga, solo l’esigenza di fare in fretta. Ripete le parole delle canzone, Life on Mars?, indirizzandole contro il mondo fuori dal finestrino. Il paesaggio non risponde. È ancora troppo vicina alle sue origini. Anche se non dovrebbe trovarsi lì, alla guida di un’auto. Non dovrebbe neanche saper guidare. Invece ha imparato da sola in un parcheggio abbandonato, tra carcasse di vecchie automobili che l’attiravano per via della loro aria inutile. Era riuscita a farne ripartire una. Avvolta dalla carrozzeria deformata aveva la sensazione che gli urti che le aveva lasciato la vita fossero visibili, mostrando quello che c’era dentro di lei. Le piaceva quell’idea di sentirsi come modellata nel metallo, una cosa che si ribellava all’idea di essere buttata via. È stata questa la spinta.

Ha pensato che guidare le sarebbe servito. Ha scopato pensando che, in qualche modo, le sarebbe servito. Era in cerca di un contatto fisico che le lasciasse un segno.

 

“Stringi più forte”.

 

Gliel’aveva detto sua madre, dopo che lei l’aveva abbracciata. Un altro genere di contatto,  da ragazzina, quando Serena si lasciava andare a quel tipo di slanci. Forse era davvero colpa sua, non era riuscita a trattenerla tra le sue braccia. Eppure non era stato quel momento a lasciarle un segno, ma quella frase che pesa ancora nella sua vita. Mentre glielo diceva sua madre sapeva già che se ne sarebbe andata. Con suo padre invece non ci sono mai stati dei veri contatti, niente di fisico, solo dei lunghi sguardi prima di quello schiaffo. È il massimo che si possa ricevere da uno come lui. Ha un bar, più che un lavoro rappresenta un modo di tenersi in equilibrio: trascorre il tempo con degli estranei servendo da bere e ascoltandoli (sempre in quest’ordine).  

Serena si affaccia dal finestrino per respirare. Apre la bocca in cerca d’aria. Si sforza di far uscire una quantità di rabbia che minaccia di contaminare i suoi organi interni.  La rigenerazione dei tessuti nel mondo vegetale è un processo naturale, l’ha letto nel suo libro di biologia, l’unica materia che ha sempre studiato con una certa passione. Si chiede se possa essere così per altre cose invisibili, come i sentimenti. Per un momento le sembra possibile. Un momento che coincide con un’idea di felicità che non dura a lungo: l’indicatore della benzina segna rosso. È obbligata a fermarsi, appena in tempo per raggiungere una stazione di servizio. Parcheggia male occupando più spazio di quello che le occorre. Non le importa, ovviamente, mentre resta seduta a osservare il passaggio dei viaggiatori. Il loro anonimato la tranquillizza, anche se non sa ancora come farà a trovare i soldi che le occorrono. 

 

“In un modo o nell’altro”.

 

Sua madre usava spesso quella frase, più che altro a sproposito, ma ora le sembra l’unica risposta che funzioni. L’unica che le dia la quantità di coraggio necessario per uscire.

In un modo o nell’altro.

 

Si scuote dalla felpa la forfora e i capelli. Si pettina con le mani, mordendosi il labbro. Non si piace, anche questo non è un fatto nuovo. È bella, eppure non vuole saperlo. Attraversa il parcheggio con la sua aria desolata, immatura. Le maniche della felpa nera le scivolano fino alla punta delle dita. Un’altra parte attraente che non sa di avere: sono dite lunghe, passionali, trascurate. Quella notte le ha fatte scivolare nei pantaloni di quell’uomo, perché di questo si trattava, mentre la stava riportando a casa. Un modo per sdebitarsi di quello che le aveva dato o le aveva tolto. Per lei era lo stesso.

All’ingresso della stazione di servizio un’attivista distribuisce volantini verdi con una scritta in nero: per i bambini il pericolo è ovunque! Mentre li tende soffia sulla sua frangia che sembra essere stata tagliata di netto, con un colpo di coltello più che di forbice, lasciando scoperti i suoi lineamenti e un livido sull’occhio che ha tentato di nascondere con del fard. Ha l’aria di chi è cresciuta in fretta. A volte si sfiora l’occhio come se volesse sentire ciò che resta di quel dolore, o ricordare a se stessa che c’è stato. Più che dalla frase Serena è colpita da quel punto esclamativo: ha un’aria così solenne, come per chiudere bruscamente ogni discorso. Raccoglie il volantino e lo schiaccia lentamente nel pugno, lo sente sfregare contro il palmo della sua mano prima di buttarlo via.

L’uomo di quella notte  aveva trent’anni, l’ha sedotta con poche parole e lei ha lasciato che facesse quello che voleva. Ha sentito il bisogno di buttarsi via. Dopo l’ha rivisto solo una volta, per strada. Lui l’ha guardata appena. Era con sua moglie, le teneva una mano su un braccio, impedendole di staccarsi da lui. La moglie aveva un’aria dimessa, di chi subisce senza protestare.

Forse è per questo che a Serena piace osservare le coppie, per immaginare un futuro che la sfugge. Ce n’è una a un tavolino, hanno due bambini piccoli, recalcitranti, che rifiutano il cibo come se si trattasse di una specie di penitenza. I genitori li portano via con un’aria esausta, lasciando bibite a metà e panini appena assaggiati. Si tratta di cose sprecate, avanzi di giovinezza che Serena consuma in fretta, masticando e bevendo con lunghi sorsi clandestini. Nessuno si accorge di quello che sta facendo, eccetto una donna matura con un soprabito grigio. La osserva con un’aria comprensiva, quella di qualcuno che può essere tutto: un’amica, una complice. È  una presenza che ha qualcosa di rassicurante. Serena le passa accanto; i loro sguardi si incontrano, sono quasi sul punto di toccarsi, ma non succede. Non c’è niente a eccezione di quella voglia reciproca, trattenuta,  di permettersi un gesto.

 “Hai una sigaretta?”

Si è avvicinata a un ragazzo, almeno le sembra che lo sia per via dei lineamenti su cui si stagliano  lunghi capelli bianchi legati, che fanno risaltare degli occhi acquosi. È un ragazzo/uomo, uno di quelli che avranno sempre un’aria giovane e precocemente matura allo stesso tempo. Le ha acceso una sigaretta che Serena fuma con un’aria presuntuosa, estrema. Rifiata appena tra una boccata e l’altra, ha la sensazione che il fumo oltre a toglierle ossigeno, consumi un po’ della sua vita passata. Anche il ragazzo/uomo ne accende una, la stringe tra le labbra pallide, sottili, niente di più di una fessura al centro del suo volto.

“Sei di qui?”.

Serena fa cenno di no. Non è di lì, si può dire che non è più di nessuna parte.  Anche la sua età, i suoi progetti, sono in sospeso. In fondo le provoca un piacere amaro sapere di non essere legata a niente.

“Sei sola?”.

Serena si guarda intorno. Fa cenno di no, un’altra bugia che non le costa niente.

“Dove stai andando?”.

“Da nessuna parte”.

“È un posto dove mi piacerebbe andare”.

“Piacerebbe a tutti”.

Il ragazzo/uomo annuisce mentre rivolge lo sguardo in direzione del parcheggio. In un’auto in sosta una donna dall’aspetto contrariato sembra attendere solo che lui la cerchi.

“È tua moglie?”

“Una specie …”.

L’espressione si incupisce, drammatizzata  dai capelli bianchi che gli scivolano sulla fronte.

“Mi servono dei soldi, per ripartire”.

Il ragazzo reagisce con una smorfia.

“E andare da nessuna parte …”

“Già”.

“Con me caschi male, ha tutto quella lì”.

La donna nell’abitacolo dell’auto, seduta nel lato del passeggero come se fosse ammanettata.

“Mi lasci il tuo numero di telefono?”.

Serena si morde le labbra, sa già dove vuole arrivare.

“Perché, vuoi chiamarmi? Comunque non ho un cellulare”.

“Non hai telefono, né soldi. Allora cos’hai?”.

“Ho lei”.

Con un cenno indica la donna con il soprabito grigio. In quel momento è un’incarnazione di tutto quello che vorrebbe. Di tutto quello che le manca.

“Quella è mia madre”

Annuisce, per un momento è convinta che possa esserlo davvero.

“Mi lascia persino guidare”.

“Non sei giovane per guidare?”.

“E tu non sei giovane per una come quella?”.

Indica la donna nel parcheggio che sta ancora spettando. Il ragazzo dà un altro tiro alla sigaretta con un’aria sfuggente.

“Forse”.

A un tratto quei lineamenti che rimandano alla sua giovinezza sembrano svaniti. Al loro posto resta solo un pallore immaturo e i segni della barba rasata in fretta: la pelle scorticata, rossa ai lati del collo. Se ne va rigido, spettrale, senza un saluto. La donna fuori lo sta aspettando, lo abbraccia come per imprigionarlo. A nessuno dei due devono piacere le cose facili. In fondo neanche a Serena. Guarda il ragazzo mettersi alla guida dopo che sin sono baciati a lungo, con una violenza naturale. Deve essere uno di quelli imprudenti, che corrono per non annoiarsi o per non perdere tempo. Tutti e due devono avere delle esperienze rovinose alle spalle: persone lasciate in fretta, case abbandonate di notte trascinandosi dietro valigie scarne, senza effetti personali. Probabilmente hanno un destino in comune; chissà qual è.

 

Costringono Serena a pensare a sua madre. Dovunque sia, nessuno può raggiungerla. È cosi anche per lei. Le occorrono solo dei soldi per ripartire. In fondo la donna in grigio è ancora lì, seduta al suo posto, con un’aria assorta. Sembra aspettare che lei si decida. Le va incontro cercando di darsi un’aria adulta, motivata.

 

“Ho bisogno di soldi, capirà”.

 

Se lo ripete senza chiedersi perché un’estranea dovrebbe capire. Forse perché gli altri, suo padre, sua madre, quelli che ha considerato sempre vicini non l’hanno mai fatto. Capire è una questione di chimica, a volte l’effetto di una reazione epidermica. Sì, ti capisco … è tutto quello che ha sempre voluto sentirsi dire.

La donna ha un tazza di caffè tra le mani, la tocca con una leggerezza strana, personale. Ha l’aria di qualcuno a cui basta sfiorare le cose per impreziosirle. Tutto nel suo aspetto sembra spontaneo, anche i segni della sua età. La madre di Serena sarà così tra qualche anno, ma lei può solo provare a immaginarlo.

“Scusi …”.

Ha detto così. Avrebbe voluto iniziare in modo diverso, più vero, con un lei mi ricorda una persona, ma le parole non sono venute. Al loro posto è rimasta una strana consistenza in fondo alla bocca fatta di metallo e saliva, di cose rimaste in bilico. Irrecuperabili.

“Sì?”.

Non riesce ad andare avanti, si accorge che le trema una mano. Deve nasconderla in una tasca della felpa. Stringe il pugno. Si detesta, e non sa come smettere. Mentre la donna la guarda il suo mondo corre indietro, si confonde in una quantità di ricordi: è al mare mentre cerca di restare a galla agitando le braccia per non affondare. Poi una corsa furiosa lungo un prato e un ginocchio che sanguina per effetto della caduta. Allora le piaceva perdere l’equilibrio, ferirsi. Vedersi messa a nudo. L’effetto era sempre lo stesso: un’equivalenza di sbagli senza conseguenze, di giochi rotti e pianti passeggeri. 

“Sì?”.

“Niente”.

 

Serena indietreggia, riprende posto nel corridoio. Pensava di poterci riuscire, di essere in grado di chiedere dei soldi. Con qualunque altro estraneo ne sarebbe stata capace, magari inventando una storia strappalacrime, ma con quella donna … Con lei non ha voluto mostrarsi com’è in realtà: in fuga, solitaria. Forse allo sbando. Cerca il parcheggio, il flusso costante dei viaggiatori che si fermano e ripartono. Si proietta nella vita di ognuno di loro: mogli, fidanzate, donne in cerca di un approdo. Prova a captare qualcosa delle loro vite per riempire i buchi della sua. Quasi non si accorge della mano che le batte sulla spalla, spingendola a voltarsi. È una delle ragazze che lavorano lì,  ha un cappello con una visiera rossa. In un altro momento ne avrebbe voluto uno uguale a quello.

“Da parte di quella donna”.

Indica la fila dei tavolini mentre le tende un biglietto stropicciato da cinquanta. Si tratta solo di carta ma nella vita non conta molto di più. Serena annuisce, mentre all’interno è attraversata da un sussulto. È  felice di non vedere la sua espressione in quel momento: scoperta, infantile. Cerca la donna, ma non è più al tavolino. Si guarda intorno mentre  continua a sentirsi vulnerabile e euforica. Si sente parte del mondo.

La nota nella piazzola di sosta. Sta entrando in un’auto scura, la mano posata sullo sportello. In quel momento si volta. C’è un’altra intermittenza, un incrociarsi di sguardi come in certi film. La donna sorride, di rimando anche Serena. Un attimo dopo è già partita.

Non c’è l’ha fatta ad andare fuori. L’effetto poteva essere troppo immediato, pericoloso: avrebbe dovuto affidarsi alle parole, alla banalità di un ringraziamento. Si sorprende ad alzare la mano in direzione della macchina. La donna non può vederla, la carrozzeria è un’ombra sotto un cielo troppo azzurro, quasi insopportabile. Anche in momenti come questi si può avere paura.

Fuori, si concede un lungo respiro prima di  sedersi al volante e mettere in moto. È di nuovo un ingranaggio che funziona.

But her mother is yelling no

And her daddy has told her to go

But her friends is nowhere to be seen

Now she walks throught her suken dream

To the seat with the clearest wiew

Mormora le parole della canzone con la sensazione di trovarsi proiettata su uno schermo d’argento. La sua vita in questo momento non assomiglia affatto a un film noioso.

Suo padre, sua madre fanno parte dei suoi pensieri più lontani. Sono una parte di passato e di spazio: vivono in un universo freddo fatto di stelle opache.

Come si può pensare che lì possa esserci vita?

Matteo De Chiara, nato a Salerno,  è stato segnalato alla XXII ediz. del premio Calvino.  E’ autore del  romanzo ,Il corridoio delle voci, (La vita felice, Milano) recensito, tra gli altri, su:

Radio 105 (bellissimo) e Bookblister(un grande esordio);

L'indice dei libri di aprile 2013(l'estrema tensione che promana dalle pagine del romanzo[...] non può non far pensare al Simenon non maigrettiano).

È rappresentato dall’Agenzia letteraria Kalama.

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Commenti

  • giovanna (domenica, 25. ottobre 2015 23:39)

    racconto molto bello

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