Sette piani/Il fischio al naso

Dino Buzzati/Ugo Tognazzi

 

 

di Armando Festa

 

 “La narrativa breve non fa in tempo a stancare il lettore”

(Dino Buzzati)

 “Come regista non credo diventerò mai un genio, sennò lo avrei rivelato sin dal primo film.

Mi manca l'invenzione folle, quel minimo talento un po' pazzo

che trovo indispensabile per il mestiere di regista

(Ugo Tognazzi)

“Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe? “Il richiamo di Cthulhu” di H. P. Lovecraft? “A volte ritornano” di Stephen King?  Macché. Per me, che sono notoriamente affetto da nosocomefobia (una sola puntata di Grey's Anatomy mi provoca incubi peggiori dell'intera trilogia de L'Esorcista), il racconto che al solo pensiero mi fa gelare il sangue è “Sette Piani” di Dino Buzzati.

Pubblicato nel  1937, mentre il mondo intero si avviava passo dopo passo verso quella che sarebbe stata la più grande catastrofe del XX secolo, “Sette piani” racconta la discesa agli inferi, piano dopo piano, di un uomo ricoverato in ospedale per una banale febbriciattola e che si ritrova invece imprigionato in un incubo senza speranza, la cui sola uscita è rappresentata dalla morte.

 

 

L'ospedale del racconto buzzatiano è dotato di sette piani: in quello superiore vengono ricoverati i pazienti quasi sani, e via via a scendere tutti gli altri in ordine di gravità, fino al temutissimo primo piano. Il protagonista Giuseppe Corte viene da principio sistemato all'ultimo piano ma, di volta in volta, con una scusa diversa, viene fatto scendere di un livello.

 

 

Alla fine, Giuseppe Corte si ritrova suo malgrado - e senza neanche capire bene come possa essere accaduto - in un letto del primo piano. L'ultima immagine è quella delle persiane scorrevoli che si chiudono automaticamente, oscurando la stanza.

“Sette Piani” altro non è che una metafora della vita stessa, in cui si entra sani e, quasi con incredulità, si scivola verso un'inevitabile conclusione contro la quale ogni sforzo o ragione risultano vani.

Il racconto racchiude in sé molti temi classici di Dino Buzzati. Primo fra tutti quello dell'attesa, della sospensione temporale, un leitmotiv che percorre gran parte della sua produzione (il suo capolavoro “Il deserto dei Tartari” anticipa di dodici anni molti concetti del beckettiano “Aspettando Godot”). La presenza costante dell'attesa nel corpus dell'autore è forse determinata dal suo permeare come paradosso all'interno della stessa carriera di Buzzati. Come egli stesso raccontò:

 

Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture non le può prendere sul serio.

Intendiamoci bene. Non intendo fare la vittima. Non voglio recitare la sgradevole parte di incompreso. So stare al gioco. […] E so benissimo che il mio gigantesco talento di pittore avrà un giorno il suo riconoscimento. Al Louvre, alla National Gallery, al Museum of Modern Art, al Modern Kunst Institut, a Valle Giulia, state pure tranquilli, c'è già un posto per me. Ma, per ottenere questo, bisogna che io prima defunga. Mi rendo conto della situazione. E mi rassegno.

 

 

E questo ci porta al secondo tema, presente in quasi tutte le opere dello scrittore naturalizzato milanese. L'essere in balìa di forze superiori e banalmente malvagie (nel senso arendetiano del termine) che agiscono al di sopra della volontà degli uomini. Queste forze non sono cattive ma, per un'eccessiva burocratizzazione - e forse anche per stolidità - non possono sottrarsi dal causare dolore, anche involontariamente.

 

L'ultimo elemento è l'ironia. Uno humour nero che acuisce l'angoscia in una risata tutt'altro che liberatoria. Un umorismo cupo, caliginoso, verrebbe da dire milanese (com'era quello di Manzoni o Gadda).

 

Nel 1967 Ugo Tognazzi decise di cimentarsi (per la seconda volta nella sua vita, dopo il poco convincente esordio de “Il Mantenuto”) nella regia, realizzando un film ispirato ai “Sette piani”. Il titolo della pellicola sarebbe stato“Il fischio al naso”.

 

Come raccontò lo stesso Tognazzi:

“Con la descrizione di questa industria della malattia, ho voluto rendere la degenerazione che porta la società dei consumi anche nella scienza, cioè in quella parte della società che dovrebbe invece conservare l'uomo nella sua integrità fisica e psicologica”

Nel film l'attore-regista interpreta Giuseppe Inzerna, un industriale ricco e strafottente, sposato ma allo stesso tempo donnaiolo, proprietario di una cartiera specializzata nella fabbricazione di prodotti monouso: dalle lenzuola di carta agli intimi femminili usa-e-getta. Perché la sua filosofia è quella di produrre, consumare, distruggere per poi produrre nuovamente.

 

Inzerna è però affetto da un lieve disturbo: un leggero fischio al naso, e decide così di ricoverarsi per accertamenti nella modernissima e lussuosissima clinica Salus Bank. Riflesso della sua fabbrichetta, la clinica è una catena di smontaggio degli individui, anch'essi evidentemente monouso. Seppur con tutti i riguardi di una super-clinica per ricchi (gli viene addirittura permesso di sistemare la sua amante in una camera accanto), l'industriale Giuseppe Inzerna entra in un meccanismo dal quale non potrà più uscire nonostante tutto il suo potere e la sua ricchezza.

 

 

La vena anticapitalista e la satira alla società contemporanea che attraversano tutto il film (e che invece mancano totalmente nel racconto di Buzzati, più asciutto e centrato sull'esistenza umana) sono dovute molto all'influenza dello sceneggiatore Rafael Azcona, uno dei partner fedelissimi di Marco  Ferreri che peraltro compare nel ruolo del dottor Salamoia.

 

La vita e la morte, la catena di montaggio industriale, il sesso e il tradimento, i cambiamenti sociali (a un certo punto la figlia di Inzerza rimane incinta e le viene organizzato un aborto all'estero): forse proprio a causa di questa troppa carne al fuoco “Il fischio al naso” è un film zoppo, che riesce solo a metà. Il regista Ugo Tognazzi non riesce a convincere, lo si avverte spaesato da tutta questa mole di temi da gestire; eppure, per sua fortuna, viene salvato dalla magnifica interpretazione dell'attore Ugo Tognazzi, che riesce a gigioneggiare quando è necessario e a dare credibilità e umanità al personaggio quando si avvicina l'ineluttabile finale in cui deve piegarsi alla banalità della morte. Banale coma la canzoncina che accompagna tutto il film, una vecchia filastrocca lombarda di cui non si capiscono bene le parole (Auiliulè, che taprofit a lusinghé, tulilemblemblù, tulilemblemblà) tranne l'ultima strofa il cui senso invece si capisce fin troppo bene:

”Oggi tocca a me, domani tocca a te, non si sa perché”

Commenti

Inserisci il codice
* Campi obbligatori
Non sono ancora stati effettuati inserimenti.

 

ATTIVITÁ
 

Consiglia questa pagina su:

Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
© Osservatorio Sul Racconto - 2014 Tutti gli articoli presenti su Cattedrale sono tutelati dalle clausole del Creative Commons