Racconti alla tv: ai confini della serialità

 

 

di Francesca Fichera


“Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni” (Jorge Luis Borges)

 


Scontro fra serie

Non sarà come crede J. G. Ballard (o almeno così ci auguriamo), convinto che “di questi tempi la gente abbia perso il gusto di leggere racconti, forse in reazione alle pletoriche e prolisse narrazioni delle serie televisive”. Tempi, i suddetti, vecchi almeno di quindici anni, ma dalla fisionomia tutt’altro che distante.

Infatti il nesso, per quanto non sia quello indicato, c’è, e r-esiste. Si può dire che Ballard, indicando la luna, sia riuscito almeno a delineare la presenza delle stelle circostanti, della relazione capovolta che avvicina la forma del racconto a quella della serialità televisiva. Del ponte fra compiutezza ed eterno, infinito e ripetibilissimo ritorno.

A partire dalla fotografia fino alla televisione, passando per lo snodo fondamentale del medium cinematografico, la serialità si è di fatto evoluta in modi multiformi, realizzando compiutamente “la trasposizione sul piano estetico dei modi di produzione dei beni di consumo” (Treanni, 2006). Naturalmente, il processo ha investito - e investe tuttora - tutte le forme e tutti i supporti della stampa, a cominciare dall’oggetto relativamente compiuto del libro. Nel tempo, chiave d’accesso al piacere della ripetizione è diventata (ed è rimasta) la copia, prodotto e insieme mondo recante in sé, per natura, la possibilità di un nuovo e molteplice inizio, di una reiterata ma mai identica esplorazione, punto di origine per le borgesiane innumerevoli relazioni - e dunque narrazioni - di cui sopra.

C’era e ci sarà sempre, a monte di tutto, la fame di storie, un appetito incapace di esaurirsi fra gli estremi di ‘principio’ e ‘fine’ - che sia di un romanzo o di una pellicola - e che ha motivato anche e soprattutto l’immensa quantità di rimediazioni (Bolter & Grusin, 2002) e rifacimenti a cavallo fra un linguaggio e l’altro. E proprio quel secolo che ha visto il progressivo eclissarsi dell’idea moderna di epopea, ha consentito - anzi, desiderato - una sua seconda e più piccola nascita, anche qui varia e molteplice al pari del numero di trasposizioni che dalla letteratura hanno saputo estrarre linfa vitale per il cinema.

Nel passaggio dalla carta allo schermo, sia cinematografico che televisivo, il romanzo è rimasto leader, segmento trasferibile a un altro segmento in sé conchiuso, con un capo e una coda - ma sì, per tornare ancora a Borges, con mille possibili diramazioni di senso al proprio interno. Non sarebbe avvenuta esplosione seriale del medium-cinema senza il saccheggio delle grandi narrazioni, a cominciare dalla mitologia classica fino, specialmente, ai capisaldi del romanzo moderno, dal Frankenstein di Mary Shelley alle 20'000 leghe sotto i mari di Jules Verne. E il graduale disintegrarsi di queste narrazioni granitiche, testimoni stabili di un passato dalle lunghe conseguenze, cedendo in passo alla forma narrativa della post-modernità, e cioè il racconto, non ha modificato di molto - perlomeno in termini quantitativi - gli effetti della transizione dalla suggestiva bidimensionalità della parola stampata alla multidimensionalità dell’audiovisivo.

Incubi e deliri: un dialogo tra frammenti

Racconti celebri, come ad esempio le unità minimaliste di Raymond Carver o i tasselli distopici di Io Robot di Isaac Asimov, si sono affiancati ai protagonisti, spesso giganteschi, dei romanzi (i già citati mostri, ad esempio, come pure Dottor Jekyll, Madame Bovary o Anna Karenina) per riattuare il gusto della ripetizione, e insieme del rinnovamento, nella transizione fra media differenti. E quando la società ha chiamato la serialità televisiva a “rispondere al bisogno infantile […] di riudire sempre la stessa storia, di trovarsi consolati dal ritorno dell'identico, opportunamente mascherato e fasciato di novità superficiali” (Eco, 1964), il tipo di bacino cui creatori e sceneggiatori hanno attinto è rimasto sostanzialmente invariato. Solo, c’è da dire, quello che ha funzionato con le narrazioni lunghe, classiche o contemporanee, i cui personaggi abitano ancora, e con successo, il mondo delle immagini in movimento - da Penny Dreadful, serie di John Logan che raduna le creature del romanzo gotico, alla neo-epica fantasy de Il trono di spade - non è valso allo stesso modo per il racconto.

Questo ha indirizzato, suggestionato, evocato, senza riuscire, sul piano della forma, a in-trattenere il pubblico del piccolo schermo e i suoi mille “sensi possibili”. Perché il mostro di Frankenstein resuscitato per l’ennesima volta in Penny Dreadful - dopo le sue decine di copie cinematografiche - ha effettivamente superato in forza e permanenza i fantasmi kinghiani di Incubi e deliri (Nightmares &Dreamscapes), la mini-serie che, nel 2006, provò a trasporre i racconti del Re del Brivido apparsi sia nell’omonima raccolta che in A volte ritornano e Tutto è fatidico. E tale incapacità a persistere non è dovuta all’effettiva differenza fra le moli delle “tradizioni” che appartengono all’uno come all’altro universo: esiste infatti nell’autonomia narrativa del racconto, nel suo chiudersi pur rimanendo (come tutti i testi) potenzialmente aperto, quel nodo contro cui gli ingranaggi della serialità per la tv non possono che sbattere e bloccarsi, perché privi di uno schema da ripetere ma, soprattutto, portare avanti, dilungare, complicare, per un’eternità intermittente e assolutamente plasmabile.

Meglio, a tale scopo, il topos del romanzo (il personaggio, il concetto, l’idea), i suoi solidi punti di convergenza da cui ricavare linee narrative molteplici e inedite, estranee all’intreccio o alla sua parte più evidente - ossia sottese a uno dei tanti, possibili livelli di interpretazione del testo. Meglio, al limite, estrapolare quegli stessi topos anche dalla galassia delle narrazioni brevi, afferrare il “tema che si dispiega in una narrazione” (Sarchi, 2015) e isolarlo, come con Poe: senza illudersi che la riproduzione della struttura del racconto basti a se stessa, che a ciascun episodio - come nel caso di Incubi e deliri - basti nutrirsi del frammento, e della fabula, da cui proviene.

Perché fra questi, fra il racconto e l’episodio, è dimostrato che v’è un dialogo difficile, un rapporto contraddittorio, quella relazione capovolta cui fa implicito riferimento Ballard; ma che, al contrario di quanto da lui sostenuto, non presuppone che la serialità chiusa del primo e quella aperta e potenzialmente illimitata della televisione si escludano a vicenda. Pur essendo andati alla deriva i tentativi (pochi) come gli Incubi di unire queste due terre, c’è infatti chi già propone di sperimentare - sempre entro il genere, guarda caso, dove il racconto raggiunge l’apice della “affinità con la leggenda e la parabola” (Ballard, 2015). - una fusione all’apparenza infelice. Stephen King, anche lui, è sempre in ballo, e il suo romanzo breve/racconto lungo La nebbia, dalla raccolta Scheletri, già protagonista di una trasposizione cinematografica nel 2007, si accinge a diventare una serie tv per conto della Dimension Television, e con la regia di Christian Torpe.

Forse, dal suo modo di concludersi soffocante e insieme ambiguo, che otto anni fa il regista Frank Darabont ha provato a sigillare con un urlo un attimo prima dei titoli di coda, La nebbia può far nascere infiniti mondi. Proprio perché sospesa, nel nome e nei fatti, è in grado di funzionare come un romanzo: disseminando indizi, indicando temi e, più di ogni cosa, lasciando un orizzonte completamente bianco e amorfo sul quale ricomporli, riscriverli; in assenza di righe, di strutture. Sarà lì che dovranno avventurarsi creatori e autori televisivi per riuscire a conquistare giustamente la terra del racconto? È un rischio, probabilmente corso per perdere in partenza, ma attraversarlo non costa nulla. Solo una storia in più.

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Commenti

  • Alberto (lunedì, 02. novembre 2015 18:05)

    Concettoso per me, a digiuno di molte conoscenze e letture. La struttura lessicale e sintattica è quella peculiare di un saggio. Che andrebbe finalizzato ad una fruizione più meditata che non
    attraverso lo schermo di un PC.
    Complimenti.

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