Le bave del diavolo/Blow Up

Julio Cortázar/Michelangelo Antonioni 

Il medium è il messaggio

Marshall McLuhan

di Armando Festa

 

La prima volta che vidi Blow Up fu per errore.

1989. Francesca L., una delle ragazze più carine della mia classe, mi invitò a vedere un film a noleggio a casa sua. Nello specifico, mi chiese di prendere “quel thriller con quel figone di John Travolta: Blow Out”. Com'è fin troppo facile intuire, l'ansia, l'incidenza del testosterone puberale e la scarsa dimestichezza coi phrasal verb inglesi mi fecero commettere uno sbaglio e finii per noleggiare Blow Up.

Che naturalmente non è con John Travolta.

E che, a voler essere sinceri, non è neanche propriamente un thriller.

Sulla scena finale dei mimi che giocano a tennis, quando capì che la trama non sarebbe andata a parare da nessuna parte, Francesca L. ebbe una mezza crisi isterica.

Il giorno dopo andò al cinema con Alberto R., il capellone della IV B, a vedere Always – Per sempre. Non ci frequentammo mai più.

 

 

Da un lato abbiamo un traduttore franco-cileno con l'hobby della fotografia che passeggia per l'Île Saint-Louis a Parigi, con la sua Contax al collo. Scorge una coppia, lei più grande, lui molto più giovane. Gli sembra che stiano flirtando; o meglio che lei stia cercando di adescarlo ma che il ragazzo, data l'inesperienza, ne sia spaventato. All'angolo opposto della strada, un uomo di una certa età legge un giornale seduto in macchina. Il traduttore (il cui nome è Roberto Michel), incuriosito e divertito dalla situazione, scatta una foto alla coppia. La donna se ne accorge: si altera, gli chiede che le venga immediatamente dato il rollino. Michel si rifiuta, tiene il punto, difende la sua libertà artistica. Intanto il ragazzino, approfittando della distrazione della donna, si allontana, affrettando sempre più il passo, sino a fuggire via.

Una volta tornato a casa, Michel sviluppa il rollino: la foto di quella strana coppia lo colpisce così tanto che inizia a farne ingrandimenti su ingrandimenti. Il parco, gli alberi, i gesti della donna, il volto impaurito del ragazzo. A un tratto, accade qualcosa di metafisico: Michel sente il proprio corpo entrare all'interno della foto. Intorno a lui i personaggi si animano, il vento muove le foglie. Di nuovo, la coppia si accorge della sua presenza. Di nuovo, il ragazzo fugge. Di nuovo, la donna lo guarda irosa. Ma stavolta Michel capisce. La donna non stava adescando il ragazzino per il suo proprio piacere, ma per quello dell'uomo che aspettava in macchina.

 

Dall'altro lato abbiamo Thomas, un fotografo professionista, che girovaga per la Londra degli anni'60. Incontra modelle, chiacchiera con altri artisti, va a un concerto, si trascina in giro. Un pomeriggio, mentre passeggia in un parco con al collo la sua Nikon, si imbatte in una coppia: lei è giovane e bella. Thomas porta agli occhi la sua macchina fotografica e scatta. La coppia se ne accorge e subito si allontana: l'uomo scappa mentre la donna dopo un po' rincorre Thomas chiedendogli di darle il rollino. Thomas si rifiuta.

Tornato a casa, Thomas comincia a fare ingrandimenti su ingrandimenti delle foto scattate al parco (dei blow up, come si dice in gergo). E alla fine nota qualcosa: in uno dei cespugli accanto alla coppia gli sembra d'intravedere un cadavere.

 

La prima trama descritta è quella del racconto Le bave del diavolo di Julio Cortázar, pubblicato nel 1959 all'interno della raccolta “Le armi segrete”. La seconda è quella del film “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, che naturalmente si ispirò proprio al racconto dello scrittore argentino.

 

 

Come dichiarò lo stesso Antonioni:

“L’idea di ‘Blow up’ mi è venuta leggendo  un breve racconto di Julio Cortázar. Non mi interessava tanto la vicenda, quanto il meccanismo delle fotografie. La scartai e ne scrissi una nuova, nella quale il meccanismo assumeva un peso e un significato diversi”.

 

Una diversa ambientazione, quindi. Un protagonista molto differente. Un girovagare nichilista nell'ambiente artistoide della swinging London al posto di un solitario e sedentario traduttore.

Ma, a ben vedere, il cuore del film e quello del racconto sono tutt'altro che dissimili. Tanto che fu proprio Julio Cortázar a dichiarare:

 

“Lasciai Antonioni completamente libero di partire dalla mia storia per seguire i suoi personali fantasmi; ma nella sua ricerca finì per incrociarsi con i miei, perché le mie storie sono più contagiose di quanto sembrino”.

 

Innanzitutto, entrambi rifiutano la costruzione tradizionale del racconto. Il loro narrare è destrutturato, volontariamente frammezzato.

Il narratore de “Le bave del diavolo” ogni tanto si perde ad osservare le nuvole che passano, spezzando il filo del discorso.

 

 

Allo stesso modo Antonioni prosegue di digressione in digressione, avvitandosi su se stesso, come l'elica che il suo protagonista acquista per noia.

 

 

La storia di Cortázar si apre con una vera e propria dichiarazione di inadeguatezza dello scrittore, una confessione sull'impossibilità nel trascrivere in forma di racconto ciò che si vorrebbe narrare.

 

 

Similarmente Michelangelo Antonioni mette al centro della sua pellicola la scena in cui Thomas si chiude nella camera oscura e mette in sequenza gli scatti che ha realizzato al parco, come un regista che cerca di montare le sue inquadratura in cerca di un senso, un messaggio, una soluzione. 

 

 

Perché sia il regista che lo scrittore sanno che c'è una differenza fondamentale tra il guardare e ciò che si guarda (el mirar y el mirado, usando le stesse parole di Cortázar) e che per cogliere l'essenza delle cose bisognerebbe concentrarsi solo sul primo. Come fa Michel quando si pone davanti all'ingrandimento della foto che ha scattato alla coppia, trasformando in quel momento i suoi occhi nelle lenti della macchina fotografica.  

 

 

O come fa Thomas quando ricostruisce la realtà attraverso le sue foto. E, anche se Antonioni aveva deciso di eliminare la scena più metafisica del racconto cortazariano (quella in cui Michel “entra” nella foto e i personaggi che vi sono impressi prendono vita), ne restituisce il senso nel finale del film, in cui il protagonista assiste alla finta partita a tennis tra mimi.

Quando Thomas si china a raccogliere e rilanciare la pallina da tennis immaginaria, abbandona la realtà e sceglie di credere all'arte, di vivere nella rappresentazione, di contrapporre il mirar al mirado, tanto d'arrivare persino a sentire il suono della pallina che rimbalza sulla racchetta.

 

 

Un mondo senz'arte, senza rappresentazione, senza condivisione non è reale.

Lo scopre a sue spese proprio il protagonista di Blow Up quando, tornando la sera sul luogo del delitto, vede il cadavere tra i cespugli. Ma non ha con sé la sua Nikon e quindi non può fotografarlo. Ed è solo, e quindi non può mostrare a nessuno quel corpo senza vita dissimulato nell'erba. Quando il giorno dopo si reca un'altra volta in quel punto del parco, il cadavere non c'è più. E non saprà mai se l'ha visto veramente o se l'ha solo sognato. Thomas sperimenta quanto possa essere ingannevole e mutevole una realtà vissuta solo attraverso i propri sensi. La realtà, per essere vera, dev'essere rappresentata e condivisa.

Perché, come scrive Cortázar a un certo punto del suo racconto:

 

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