La Sentinella / 2001 Odissea nello Spazio

di

Arthur C. Clarke / Stanley Kubrick

 

 

di Armando Festa

 

Il 31 marzo del 1964 Stanley Kubrick si sedette davanti alla sua macchina da scrivere e in pochi minuti mise giù un paio di paginette che avrebbero cambiato la storia del cinema.

Non si trattava né di una sceneggiatura né di un soggetto, ma di una lettera.

La lettera con cui proponeva ad Arthur C. Clarke di scrivere assieme un film di fantascienza “davvero buono” (usando le sue stesse parole). In particolare, le aree che il regista avrebbe voluto affrontare nella pellicola sarebbero state:

1) Le ragioni per credere in una forma di vita intelligente extraterrestre

2) L'impatto (o la mancanza d'impatto) che questa scoperta avrebbe avuto sull'umanità

3) L'atterraggio e l'esplorazione di una sonda spaziale sulla Luna e su Marte.

 

Dalla collaborazione tra i due, quattro anni dopo sarebbe nato “2001 Odissea nello Spazio”, forse il più grande film di fantascienza di tutti i tempi, ispirato al racconto dello stesso Clarke intitolato “La sentinella”.

 

I due impiegarono quattro anni a scrivere la sceneggiatura.

Arthur C. Clarke avrebbe in seguito dichiarato che in realtà il racconto stava al film come una ghianda a una quercia:

 

Continuo a notare con fastidio che si cita erroneamente La sentinella come "il racconto su cui si basa 2001". In realtà, il racconto assomiglia al film come una ghianda potrebbe assomigliare a una quercia adulta. (Molto meno, anzi, perché nel film compaiono idee di vari altri racconti.) Anche gli elementi che Stanley Kubrick e io abbiamo effettivamente utilizzato sono stati alquanto modificati. Così la "struttura scintillante, di forma quasi piramidale... incastonata nella roccia come una gigantesca gemma dalle mille sfaccettature” divenne - dopo parecchie modifiche - il famoso monolito nero. E la collocazione passò dal Mare delle Crisi al più spettacolare cratere lunare, Tycho, facilmente visibile a occhio nudo dalla Terra in condizioni di luna piena.”

In effetti la storia che sta alla base de “La Sentinella” è solo una premessa per la trama, ben più complessa e articolata, di “2001 Odissea nello Spazio”.

Nel racconto, un geologo che sta esplorando la superficie della Luna rimane incuriosito da uno strano scintillio sulla cima di una montagna. Accompagnato da un suo collega, decide di scalare quella cima e, con sua grossa sorpresa, si ritrova davanti ad una piramide di cristallo, protetta da uno scudo impenetrabile di energia.

 

Sapevo che l'oggetto davanti a me non si poteva paragonare a nessun reperto archeologico della mia specie. Non era un edificio, ma una macchina, che si proteggeva da sola mediante forze che avevano sfidato l'eternità. Queste forze, di qualunque natura fossero, erano tuttora attive, e forse io mi ero già avvicinato troppo.”

 

Da quel momento, gli scienziati provano invano per vent'anni a rompere quella misteriosa barriera invisibile, riuscendoci alla fine solo grazie all'energia atomica.

 

Ci sono voluti vent'anni per infrangere quello scudo invisibile e arrivare alla macchina racchiusa fra le pareti di cristallo. Quello che non riuscimmo a capire lo spezzammo, alla fine, con la brutale potenza dell'energia atomica.”

 

E in quell'istante, quando la barriera è distrutta e la piramide in pezzi, il geologo intuisce la vera natura di quell'artefatto: era un radiofaro, lasciato milioni di anni prima sulla Luna da una evolutissima da razza aliena, per segnalargli se e quando dal pianeta sottostante, dove la vita era ancora agli albori, sarebbe emersa una specie abbastanza evoluta da padroneggiare le due maggiori sfide che si presentano a una razza intelligente: il volo spaziale e l'energia atomica.

 

Devono aver esplorato gli ammassi stellari come noi esploriamo i pianeti del nostro sistema. Dovunque c'erano mondi, ma erano deserti, o popolati di creature striscianti, incapaci di pensare. Così era la nostra Terra, col fumo dei vulcani che offuscava ancora il cielo […] Quegli esploratori devono avere studiato la Terra, che orbita nella stretta fascia fra i pianeti del ghiaccio eterno e quelli perpetuamente arroventati, e devono avere concluso che era la figlia prediletta del Sole. Su di essa, nel lontano futuro, era destinata a sbocciare l'intelligenza. Ma sul loro cammino c'erano ancora innumerevoli stelle, e poteva darsi che nessuno di loro ripassasse di lì. E così lasciarono una sentinella, una dei milioni di sentinelle che devono avere sparso nell'universo per sorvegliare tutti i mondi in cui respirava la promessa della vita. Era un faro che nel corso delle ere avrebbe pazientemente segnalato che nessuno l'aveva ancora scoperto.”

 

Ora che era distrutta, quella sentinella, non inviando più il suo radiosegnale, avrebbe indicato ai suoi costruttori che su quel piccolo pianeta azzurro chiamato Terra si era effettivamente sviluppata una forma di vita intelligente.

 

Naturalmente è facile vedere una stretta parentela tra la piramide di cristallo del racconto di Clarke ed il famoso monolito nero, rinvenuto anch'esso tra i crateri della superficie lunare, che è alla base del film “2001 Odissea nello Spazio”.

Ma la similitudine maggiore tra le due opere è forse un tema che sottende ad entrambe. Cioè, il senso di un uso corretto o scorretto della tecnologia o, se vogliamo, della compresenza del bene e del male.

 

Nella short story, il modo attraverso cui la razza umana riesce finalmente a rompere lo scudo della piramide è attraverso l'energia atomica. Un nome che naturalmente riporta alla mente i diversi usi a cui quest'energia può essere destinata. Come scrive Clarke nel racconto:

 

Questa è la sfida che, prima o poi, si presenta a tutte le specie intelligenti. È una sfida duplice, perché dipende prima dalla conquista dell'energia atomica e poi dall'esito della scelta finale fra la vita e la morte nell'olocausto nucleare.”

 

Allo stesso modo, il film 2001 si apre proprio con una scena in cui un primitivo ominide scopre come un osso possa divenire tra le sue mani un'arma brutale...

fino ad arrivare, poi, alla massima espressione tecnologica sintetizzata dal supercomputer HAL 9000: una macchina avanzatissima capace di portare, a (sua) scelta, vita o morte.

In realtà, questa dualità tra il bene e il male permea un po' tutta la filmografia di Stanley Kubrick. Basti pensare all'Alex di Arancia Meccanica, al Jack Torrance di Shining e, soprattutto, al soldato Joker di Full Metal Jacket che porta sul proprio elmetto, contemporaneamente, una spilla con il simbolo della pace e la scritta “Born to kill”.

Un altro interessante aspetto del racconto di Clarke, che è stato poi mutuato all'interno del film, è la domesticazione dei viaggi spaziali.

Nella short story, la vita sulla base lunare non è dissimile a quella all'interno di una villetta a schiera in un quartiere residenziale americano:

 

Uno di noi preparava la colazione, si levava un gran ronzio di rasoi elettrici, e qualcuno sintonizzava la radio sulle trasmissioni a onde corte della Terra [...] Mentre aspettavo, come qualsiasi brava massaia terrestre, che le salsicce rosolassero in padella, lasciai scorrere pigramente lo sguardo sulle catene montuose che chiudevano tutto l'orizzonte verso sud e che proseguivano a perdita d'occhio verso est e verso ovest oltre la curvatura della Luna”

 

Allo stesso modo, la stazione spaziale di 2001 è una rassicurante e familiare lounge con tanto di hostess che offrono da bere e comode poltroncine, in una quotidianetà che diventa perturbante.

Ma arriviamo invece al punto in cui le due opere si discostano maggiormente: il finale.

Il racconto di Clarke termina con un'attesa: distruggendo la piramide di cristallo, gli esseri umani hanno segnalato la loro presenza ed ora scrutano il cielo aspettando l'arrivo (o meglio, il ritorno) di questa superiore razza aliena che li ha tenuti in osservazione.

Gli uomini attendono quindi la discesa degli dei.

 

Ora non posso più guardare la Via Lattea senza chiedermi da quale di quelle fitte nebulose stellari stiano arrivando gli emissari. Se mi concedete un'analogia molto semplice, noi abbiamo tirato il segnale d'allarme, e adesso non possiamo fare altro che aspettare.

Non credo che l'attesa sarà lunga.”

 

Diametralmente opposto, invece, è il discussissimo finale di 2001. Qui, dopo aver navigato alla volta di Giove, l'astronauta Dave Bowman (il cui nome in inglese vuol dire arciere, ma anche rematore di punta, cioè il primo vogatore a prua di una canoa) si ritrova in una stanza completamente bianca che sembra slegata dai concetti di spazio e di tempo. In questo non-luogo Bowman comincia ad esistere contemporaneamente in punti diversi e a diverse età, vedendo sé stesso invecchiare e seguendo i diversi stadi della propria vita. Quando è ormai sul letto di morte, Bowman vede davanti a sé il monolito e cerca di toccarlo, per poi “rinascere” sotto forma di enorme feto cosmico, il "Bambino delle Stelle" ("Star-Child" in lingua originale), che scruta dallo spazio la nostra Terra.

L'uomo si è quindi evoluto, si è fatto egli stesso dio e non è rimasto, come nella short story, in una forma primordiale in balìa di esseri superiori.

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