Il racconto di Natale di Auggie Wren/ Smoke

Paul Auster / Wayne Wang

di Armando Festa

 

Da una parte abbiamo il racconto, dall'altra il romanzo. E poi abbiamo i due verbi a loro corrispondenti, raccontare e romanzare, in cui il primo avrebbe più doti di veridicità rispetto al secondo.

 

Raccontare:
1 Riferire, riportare cose apprese da altri

2 Narrare, esporre qualcosa a qualcuno, a voce o per iscritto

 

Romanzare:

Raccontare un fatto storico, o realmente avvenuto, trasformandolo quasi in un romanzo con l’aggiunta di elementi o particolari di fantasia

 

La short story di Paul Auster Il racconto di Natale di Auggie Wren indaga il rapporto tra finzione e realtà, verità e menzogna intrinseco in ogni storia. La sua genesi ebbe inizio nel 1990, quando il New York Times commissionò ad Auster un racconto per lo speciale di Natale.

Per svariati giorni lo scrittore vagò tormentato dal pensiero di quell'impegno, infestato dai fantasmi di Charles Dickens, O. Henry ed altri maestri dello spirito del Natale e, soprattutto, domandandosi come fosse possibile realizzare qualcosa di nuovo e di personale all'interno delle rigide convenzioni di un racconto natalizio. Da questo processo maieutico Auster partorì Il racconto di Natale di Auggie Wren, la storia dell'amicizia tra uno scrittore (Paul Benjamin, chiaramente un alter-ego di Paul Auster) e il gestore di una tabaccheria (l'eponimo Auggie Wren, per l'appunto).

Il racconto mescola fin da subito i livelli di realtà e di finzione, mettendo il personaggio di Paul Benjamin nella stessa situazione in cui si trova realmente Paul Auster, cioè nell'aver incautamente accettato l'incarico di dover scrivere una novella natalizia.

Benjamin si ritrova così a confidare al suo amico Auggie la propria crisi creativa e questi, come colto da un'illuminazione, gli propone uno scambio: se Paul gli offrirà un buon pranzo, lui in cambio gli racconterà la migliore storia di Natale mai sentita. Paul, spinto dalla curiosità, naturalmente accetta e qualche giorno dopo i due si ritrovano faccia a faccia seduti alla tavola di un ristorante. A quel punto, il tabaccaio inizia a raccontare.

Dodici anni prima, Auggie aveva sorpreso un ragazzino a rubacchiare nella sua tabaccheria. Il ladruncolo scappò e lui lo rincorse. Non riuscì a raggiungerlo ma nella fuga il ragazzino smarrì il portafogli con dentro la patente. Per compassione Auggie scelse di non denunciarlo e un giorno (precisamente la mattina di Natale)  decise addirittura di riportarglielo all'indirizzo segnato sul documento.

Si recò così a casa del ragazzo, in un quartiere piuttosto malandato. Ad aprire la porta fu un’anziana signora cieca (evidentemente la nonna del ragazzino) che scambiò Auggie per suo nipote. O, piuttosto, forse fece finta di scambiare Auggie per il nipote, semplicemente perché si sentiva sola in quella luminosa mattina di Natale e aveva bisogno di compagnia. Il tabaccaio si prestò al gioco, tanto da trattenersi per il pranzo e trascorrendo così, insieme alla povera donna, tutta la giornata di festa.

Una volta finito il pranzo, l'anziana donna si addormentò ed Auggie ne approfittò per andare in bagno, dove trovò sei o sette macchine fotografiche; pensando si trattasse del bottino di una rapina, Auggie ne prese una. Poi lasciò il portafogli del nipote su un tavolo e andò via senza svegliare la donna. Qualche mese dopo, sentendosi in colpa per il furto, Auggie tornò per restituire la macchina fotografica, ma non trovò più l'anziana signora cieca. Al suo posto c’era un nuovo inquilino che gli disse che la vecchia non abitava più lì.

A questo punto, nel racconto di Paul Auster termina il racconto di Auggie e si ritorna alla scena del tabaccaio e dello scrittore seduti al ristorante. Lo scrittore, riflettendo, dice che forse la signora era morta e che quindi Auggie aveva passato con lei il suo ultimo Natale, facendo così una buona azione, ma allo stesso tempo si chiede se la storia raccontata dall'amico sia vera oppure no, arrivando alla conclusione che comunque non ha importanza: aveva ottenuto la sua storia di Natale.

 

La storia di Auggie è vera o è opera della sua fantasia? Oppure è stato Paul Benjamin a inventarsi il racconto dell'amico tabaccaio, per riuscire a scrivere la sua storia di Natale? O, infine, a ideare tutto  è stato lo stesso Paul Auster?

Tutto questo anche per noi lettori non ha importanza perché, come concludono le ultime parole del libro,  ogni storia è vera finché c'è una persona che ci crede.

 

“As long there's one person to believe it,  there's no story that can't be tue”

 

Quest'affermazione, per inciso, trattandosi di un racconto di Natale, può benissimo sposarsi anche con il significato della festa cristiana per eccellenza. Ogni storia – compresa quella del Natale - è vera finché c'è una persona che ci crede.

 

Il regista cinese (naturalizzato statunitense) Wayne Wang si trovò a leggere quel racconto natalizio sulle pagine del New York Times e pensò che poteva essere un ottimo spunto per un film.

Un film che raccontasse le storie invisibili che muovono quotidianamente una città, ma soprattutto che indagasse il complesso e delicato rapporto tra verità e menzogna. Fu così che nacque Smoke, alla cui sceneggiatura lavorò lo stesso Paul Auster e per i cui ruoli di Paul Benjamin ed Auggie Wren vennero scritturati rispettivamente William Hurt ed Harvey Keitel.

 

 

Dire che Smoke  è l'adattamento de Il racconto di Natale di Auggie Wren è una forzatura, visto che dedica alla trama della short story solo parte del suo minutaggio (precisamente il prologo e il finale). Ha più senso parlare di un'analogia, di intenti e di personaggi, tra l'opera cinematografica e quella letteraria.

Nel film, oltre a Paul Benjamin e ad Auggie Wren vivono altri coprotagonisti e, soprattutto, il centro dell'azione diventa la tabaccheria.

Nonostante questo, la parte dedicata al racconto di Natale di Auggie, è focale e dà un senso a tutto quello che si è visto. Wayne Wang mette in scena per due volte la storia del tabaccaio. La prima, al ristorante, attraverso la narrazione di Auggie all'amico scrittore: una testimonianza verbale, il racconto nel suo senso più letterale, inteso come esposizione; e la seconda mostrandocela per immagini (quindi in una trasposizione filmica).

Quando Auggie racconta a Paul la sua storia di Natale, la macchina da presa si affida completamente alle sue parole, limitandosi ad inquadrare il primo piano di Harvey Keitel. Anzi, non si limita ad inquadrarlo, per la precisione stringe sul suo primo piano con un lento carrello che si protrae per tutta la durata del racconto, fino ad arrivare al close-up della sua bocca. La bocca da dove escono le parole. Da dove esce il fumo di una sigaretta, che fa da filo conduttore a tutto il film.

 

 

Nei titoli di coda, invece, Wayne Wang opera un successivo passaggio. La storia che abbiamo ascoltato dalle labbra di Auggie Wren/Harvey Keitel si trasforma in cinema e le scene che pochi minuti prima avevamo solo immaginato nella nostra mente (prerogativa esclusiva del racconto, scritto e orale) prendono consistenza, diventando gesti e lineamenti, passando da soggettività a oggettività.

 

Le parole si sono incarnate, hanno avuto il loro natale.

 

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