Siamo felici di pubblicare un racconto inedito tratto dall'ultimo numero di EFFE, semestrale di narrativa inedita illustrata, in libreria dal 14 Gennaio. Il volume contiene 8 racconti inediti accompagnati da 8 illustrazioni di giovani artisti italiani. 

Ringraziamo Flanerì e 42 Linee.

Racconto di Paolo Zardi

Illustrazione di Massimiliano di Lauro

 

C6H12O6

 

Una sera di maggio, mentre oziava in Internet, aveva trovato un sito dedicato alle orge casalinghe: persone qualsiasi – da autogrill, da fila al supermercato, da lettino e ombrellone in spiaggia – si trovavano in garage, taverne, magazzini, parcheggi, si spogliavano (mai del tutto: gli uomini conservavano, per inspiegabili motivi di decenza, i calzini neri, e le donne avevano le gambe segate dalle calze autoreggenti e i piedi imprigionati in inutili scarpe con il tacco a spillo), e poi si scopavano tra di loro in quei posti tremendi.

Nelle foto i volti erano sempre pixelati: si vedevano cazzi storti, buchi del culo letteralmente sfondati, vagine ricoperte di sperma, ma gli occhi, piccole biglie colorate, venivano accuratamente cancellati, proprio come faceva Walt Disney nei suoi cartoni animati con i pesci e i vermi – con gli animali che erano cibo per altri animali.

Di quelle foto, nelle quali la tecnologia sempre più sofisticata degli smartphone non bastava a compensare la totale mancanza di gusto delle inquadrature – sfocate, inutilmente anatomiche, prive del distacco che l’arte richiede nella rappresentazione del desiderio –, di quegli scatti sovraesposti e sgranati amava i dettagli inutili: una copia di Burda style dimenticata su un comodino, una pantofola che sbucava da sotto un divano, il riflesso di una donna completamente vestita con una sigaretta in bocca che si intravedeva nella vetrinetta di un salotto anni Settanta. Le sviste erano la garanzia che quelle messe in scena, quelle recite da oratorio piene di pompini e inculate, si svolgevano nel mondo reale, tra persone reali, in luoghi che lui non conosceva ma che esistevano, da qualche parte – producevano lo stesso effetto dell’improvvisa comparsa di un microfono nella scena cruciale di un film.

Nei giorni successivi esplorò alcuni siti collegati al primo che aveva trovato. Il fenomeno conosceva un’estensione inimmaginabile: in pratica, erano coinvolti tutti – non si sarebbe stupito di trovare, un giorno, i suoi genitori fotografati in qualche capannone mentre si accoppiavano con altri vecchi più vecchi e più grassi di loro.

Lo scambio, la condivisione delle mogli e dei mariti, la doppia penetrazione, il triplo bocchino, la glassatura da bukkake, gli ani offerti a uomini incappucciati, le mani che si toccavano come ponti tra una coppia e l’altra, l’ossessione lesbica e la negazione assoluta dell’omosessualità maschile che invece veniva affermata, implicitamente, dalla complicità cameratesca di quei cazzi così vicini tra loro, infilati nelle stesse bocche, negli stessi buchi, coinvolgevano una popolazione che probabilmente si incrociava ovunque, ogni giorno: lo sguardo dell’impiegata delle poste che controlla il peso di una busta, i capelli raccolti della pasticcera che spia i suoi clienti nello specchio dorato piazzato dietro alla macchina del caffè, la virile sterzata di un uomo alla guida di un furgoncino di latticini che vuole vincere la gara per un posto al parcheggio appena liberato, i fiati che si mescolano, promiscui, negli ascensori dei centri commerciali a più piani.

Erano dappertutto, ma lui non sapeva come riconoscerli, come entrare in contatto con loro. Nei commenti sotto le foto si lasciava intendere che il primo requisito da soddisfare, ancora prima del certificato che attestava l’assenza di malattie sessualmente trasmissibili, era essere una coppia sposata.

Lo scambio doveva avvenire alla pari, come in un baratto, o in un pranzo al sacco in cui ognuno porta qualcosa. E non era importante la qualità di ciò che si offriva, non contava se i corpi che si proponevano agli altri fossero sformati, ridicoli, inadatti a quel genere di cose. L’unica dote che si richiedeva era un vincolo matrimoniale, e solo quello.

C’era qualcosa di chimico, in quella scelta, come se quegli stacanovisti dell’orgia sapessero che l’energia scaturisce dalla rottura dei legami. Il glucosio, per esempio, scalda il corpo restituendo il calore del sole imprigionato nella sua struttura molecolare, trattenuto nelle invisibili catene che tenevano insieme il carbonio, l’ossigeno e l’idrogeno. Offrire la moglie a un uomo mai visto prima di allora, e accettare in cambio la sua, donare un marito a una donna e ricevere indietro il suo, avevano a che fare più con Lavoiser o Madame Curie che con il marchese De Sade. Quelle persone rompevano un legame per meno di un’ora, sotto gli sguardi di altre persone, e poi lo ricomponevano in macchina, sulla strada del ritorno, nel buio dell’abitacolo, ascoltando Ligabue con una chiavetta infilata nell’autoradio, i finestrini aperti per il fumo, e un retrogusto di materiale organico in bocca. Sarebbe voluto essere sposato solo per provare l’ebbrezza di negoziare il proprio vincolo con quello di un altro.

Ma non era sposato. Aveva avuto delle fidanzate, una era quasi diventata sua moglie, ma poi qualcosa era andato storto, ogni volta. Non aveva grandi rimpianti, amava la libertà del suo stato; ma ora soffriva perché la sua condizione di scapolo gli negava la possibilità di partecipare a quegli incontri.

Si immaginava nudo, in coda, con il cazzo in mano e la mascherina sugli occhi, ad aspettare il suo turno per venire nelle orecchie di una cicciona burrosa, sotto lo sguardo attento della telecamera del marito, mentre poco più in là, nella fila accanto, altri uomini nudi con la mascherina sugli occhi aspettavano il loro turno per venire dentro a sua moglie, parlando di telefonini durante l’attesa, come nella sala d’aspetto di un medico.

Un po’ alla volta, dunque, e a malincuore, fu costretto a virare, a scivolare verso siti diversi, più aperti, meno selettivi, dove le taverne e i garage erano sostituiti da ampie sale di locali con le pareti viola, i divani neri ricoperti da cuscini rossi, pali d’acciaio che scendevano dal soffitto fino a terra, gabbie sullo sfondo, letti circolari al centro, bottiglie di prosecco su tavolini bassi, cazzi di gomma sparsi a terra – discoteche specializzate del nuovo millennio, dove, invece di dimenarsi e ballare, la gente scopava di brutto.

Cercò informazioni per mesi, fino a quando, ai primi di ottobre, individuò un locale nella periferia della città, un posto con parcheggio privato e una facciata del tutto anonima.

Per entrare, c’erano tre opzioni: o si era sposati, carta di identità e stato di famiglia alla mano, o si pagava un biglietto, o si noleggiava, più o meno allo stesso prezzo, una delle baldracche che il locale metteva a disposizione. Per gli uomini che portavano le mogli, la sproporzione sentimentale tra la loro offerta e quella della controparte era bilanciata dalla giovinezza e dalla bellezza della prostituta che ricevevano in cambio; per chi invece pagava, in un modo o nell’altro, si aprivano le porte di un mondo privato, casalingo e sconosciuto. Quelle serate sarebbero piaciute molto ai cuculi, con la loro passione per i nidi altrui.

Alla fine optò per il noleggio di una donna che per una sera avrebbe ricoperto il ruolo di moglie – una transazione economica nella quale si intravedevano tracce di matrimonio. Quando arrivò al locale, gli fu dato un catalogo con le foto di alcune ragazze mezze nude e lui scelse una russa piccola e bionda; dal vivo, quella piccoletta lo guardava con l’entusiasmo di un dipendente statale un attimo prima di prendere servizio. Gli fu fornita anche una mascherina, un asciugamano e un lucchetto per lo spogliatoio. Prese per mano la russa ed entrò.

Non era semplice orientarsi – le luci erano basse e l’architetto, o il geometra, o il muratore, che aveva progettato il locale aveva realizzato una struttura che alternava spazi aperti a luoghi appartati, organizzati in una specie di labirinto. Le stanze erano separate dai corridoi e dagli ampi saloni grazie a tende semitrasparenti, veli, vetri satinati: passandoci davanti si poteva sbirciare dentro e osservare uomini e donne intenti a toccarsi, a leccarsi, a manipolarsi, a stringersi reciprocamente. Tutti mugolavano incessantemente, o si lamentavano per il troppo piacere; le donne ripetevano «Oh my God!, Oh my God!», l’inno internazionale dell’orgasmo femminile, e qualcuno urlava, soprattutto i maschi, con il piglio del bovaro quando spinge le vacche più riottose dentro un recinto.

Qua e là, in certi angoli più bui, si vedevano alcuni uomini soli, immobili, circospetti. Erano i dozzinanti, quelli che erano entrati pagando, scapoli solitari, o mariti dalle mogli ignare; a dire il vero, avrebbero potuto mescolarsi agli altri, ma li tratteneva un inspiegabile pudore, o una voglia che si nutriva proprio di quella distanza. I loro organi sessuali erano gli occhietti vigili che guizzavano oltre i fori della mascherina, buchi della serratura dai quali spiare.

Poco prima, nello spogliatoio, ne aveva trovato uno tutto nudo, che si stava masturbando su una scarpa lucida, una Christian Louboutin mai indossata (c’era ancora il prezzo attaccato sulla suola rossa), talmente nuova da sembrare finta. Quell’uomo lo aveva guardato per un attimo e poi aveva ripreso, fissando la scarpa, il muro, il nulla. Aveva la stessa espressione di un cane che viveva a casa dei suoi nonni e che talvolta veniva sorpreso a montare una sedia del salotto – ce n’era una, in particolare, che pareva tentarlo più delle altre. Quando veniva scoperto, non si fermava, ma non riusciva a nascondere il proprio imbarazzo, una forma primitiva di rassegnazione verso la forza implacabile che lo manovrava; la stessa che ora muoveva la mano meccanica dell’uomo, in piedi a mezzo metro da loro due, che si stavano spogliando per entrare nel locale: lui aveva optato per un paio di boxer blu, la russa per mutandine e reggiseno bianco avorio. Passeggiando per il locale, con una nonchalance da turisti sul lungo mare, si avvicinarono a una coppia di cinquantenni, tarchiati – lui un bue con i calzini, lei un bestione un po’ gobbo, con una mascherina veneziana sul viso, un perizoma d’oro, un tatuaggio incomprensibile su un braccio e un paio di orecchini che penzolavano dai capezzoli grassi e scuri. Erano seduti su una specie di trespolo, in placida attesa, e assomigliavano alle coppie che aveva visto nelle foto dei siti che da qualche mese frequentava: era come entrare nel palco di un teatro, e trovarsi improvvisamente accanto agli attori.

Fece un cenno della mano per lasciare intendere che era interessato allo scambio: indicò la sua russa, poi il donnone, e poi loro due. Domanda e offerta, dono in cambio di dono: da millenni quel meccanismo disinnescava l’aggressività intraspecie tra famiglie, clan, tribù, case regnanti. Il bue accondiscese e dopo aver dato un bacio in bocca alla moglie, un bacio completo, con la lingua, si portò via la russa, lasciandoli soli.

Per un motivo inspiegabile, gli era iniziata un’erezione. L’estetica non c’entrava nulla – davanti a lui c’erano capelli stopposi, una mandibola imponente, impietosi rotoli di adipe – e, a ben vedere, non era neppure una questione di genetica – quella donna sarebbe stata una madre alquanto improbabile per i suoi figli. Il desiderio affondava le radici in un terreno più profondo e misterioso, nel reticolo di ghiandole sparse per tutto il corpo, nell’elettricità della parte più antica del sistema nervoso – il cervelletto, i muscoli striati dell’intestino, la ragnatela di terminazioni che ricoprivano la superficie dei suoi tubi cavernosi.

Nel frattempo la dromedaria, che era rimasta seduta sul trespolo, dopo essersi infilata una mano nelle mutande e avere grattato qualcosa per una decina di secondi, l’aveva preso per mano (con quella mano) e lo aveva portato verso una stanza che si affacciava sul lato corto della grande sala. Dentro, su un materasso rotondo appoggiato a terra, un uomo stava sopra una donna e la scopava gridando oscenità, mentre tutto intorno altri uomini venivano masturbati da altre donne piegate su di loro come mamme premurose; la chimica dei loro profumi floreali era degradata, e ora si mescolava all’odore dei piedi e all’aroma acidulo delle ascelle. Sembrava di essere sul fondo di una giungla tropicale, dove la vita dava il meglio e il peggio di sé. Si avvicinò al materasso. L’uomo aveva un cappuccio di pelle in testa ed era ricoperto da una sottile peluria bianca. Si chinò ancora, per guardare da vicino il viso della donna sdraiata: aveva almeno sessant’anni. Cosa cercava, su quel materasso, che non avesse già trovato fino a quel momento? Era il vizio di tutta una vita, o una scoperta recente, l’ultimo tentativo di negare la morte che si stava avvicinando? Tirò fuori il cazzo e lo avvicinò a quella bocca spalancata: lei iniziò subito a succhiare, d’istinto, come fanno i neonati quando gli si avvicina un capezzolo, ma la foga era eccessiva, scomposta – un’idrovora impazzita. Stava recitando.

Si sentì toccare il braccio: era la moglie del bue che gentilmente lo invitava a staccarsi. Lui si sfilò dalla donna e si lasciò portare in un’altra stanza, più chiara, più luminosa, dove il marito di lei stava facendo l’amore con la russa, dondolandole sopra con impensabile leggerezza. Lo fece inginocchiare e si distese davanti a lui, accanto agli altri due; con una mano lo masturbava, con l’altra si toccava sotto il perizoma, e intanto teneva il viso rivolto verso il marito, il cui viso era rivolto verso di lei. Si guardavano negli occhi e sembravano due atomi di carbonio legati insieme in una molecola di glucosio: non si toccavano, ma l’energia che li univa mandava avanti la vita da due miliardi di anni.

La donna accelerò il massaggio, accompagnando, a tempo, i movimenti sempre più convulsi del marito, fino a che vennero tutti insieme – ai loro gemiti si aggregò la russa, dimostrando così che il lavoro e la gentilezza possono andare d’accordo.

Di colpo, tornò a sentire il frastuono di quel locale, un coro di lamenti che il desiderio aveva attutito: gli venne in mente un’enorme stalla che aveva visto dalle parti di Perugia, un attimo prima che il fieno fosse servito. Rimasero fermi ancora un po’, mentre il respiro ritrovava il ritmo consueto. Sapeva che nel giro di pochi secondi sarebbe affogato nella mestizia che segue all’orgasmo, in quel brodo limaccioso fatto di domande e sensi di colpa: doveva andarsene il più velocemente possibile.

Si tirò su i boxer; il bue si mise in piedi e lo guardò come un giocatore di rugby di fronte a un avversario leale. Avrebbe voluto stringergli una mano, o dare una pacca a una di quelle spalle enormi, ma si erano già scambiati qualcosa, in quella stanza – un dono, e la disponibilità ad accettarlo. Salutò la russa con un cenno della mano, mentre la donna giocava con gli orecchini dei capezzoli sporchi del suo sperma. Aveva un sorriso sazio e ineffabile.

Poi, in macchina, mentre tornava a casa, ascoltò Ligabue con i finestrini aperti.

 

Il periodico, ideato da Flanerí in collaborazione con lo studio editoriale 42Linee, nasce 

nel 2012, con l’intento di scandagliare il panorama narrativo italiano, offrendo una 

«zona franca» in cui gli autori esordienti siano sostenuti da scrittori già affermati e 

dove i migliori racconti inediti possano trovare pubblicazione. La tiratura limitata e 

la distribuzione diretta, vis-à-vis con i librai indipendenti, ribadiscono la volontà del 

progetto di pensare al libro come il risultato di un lavoro artigianale e insieme capace 

di riportare in auge la pratica dello sperimentalismo in campo narrativo, esulando dai 

soliti circuiti editoriali e proponendo la varietà di stile e di pensiero come principali 

premesse di indagine culturale.

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