DUEL

Richard Matheson/Steven Spielberg

 

di Armando Festa

 

Potreste avere due ottimi motivi per procurarvi il numero di Playboy, edizione americana, dell'aprile 1971.

Il primo è che al suo interno c'è un servizio fotografico senza veli a Lana Wood, l'attrice che recitò al fianco di Sean Connery in Agente 007 – Una cascata di diamanti e, a mio modesto parere, la più bella Bond Girl di sempre (sì, lo so che adesso mi daranno addosso tutti i fan di Ursula Andress, ma tant'è). L'altro motivo (ma ovviamente di minore importanza rispetto al primo) è che in quel numero di Playboy comparve per la prima volta il racconto Duel di Richard Matheson, diventato successivamente piuttosto famoso perché Steven Spielberg ne fece un film.

 

La trama di Duel è molto semplice. Un commesso viaggiatore sta andando con la sua auto a San Francisco per un appuntamento di lavoro. Mentre guida sulla strada assolata e semideserta si trova improvvisamente un camion a bloccargli la strada e decide di sorpassarlo. Da quel momento in poi il camion comincerà a inseguirlo e a fare di tutto per ucciderlo.

Se a questo aggiungiamo che il protagonista si chiama Mann e il camionista (di cui non vediamo mai il volto ma ne scorgiamo il nome riportato sulla fiancata dell'autocisterna) si chiama Keller, capiamo che il passo dai loro cognomi alle parole man e killer è piuttosto breve.

 

 

 

Anche se dal punto di vista della narrazione Duel si presenta essenziale e lineare, al suo interno nasconde un simbolismo molto evidente: quello dell'uomo borghese in lotta contro forze animalesche, primordiali e misteriose che lo costringono ad uscire dal recinto della sua esistenza protetta e lo catapultano in una cromosomica legge della giungla.

Quando si ritrova a premere l'acceleratore fino ad arrivare a 70 miglia orarie,  Mann viene preso dal panico e urla: “Non sono abituato a correre così!”.

 

 

In più, come alcune persone di certa borghesia, Mann si preoccupa molto delle apparenze. A un certo punto della storia si rifugia in un caffè lungo la strada: è stravolto ed è appena scampato per un pelo al camion che tentava di travolgerlo, ma il suo primo pensiero entrando è: “Cosa penseranno gli altri di me, vedendomi in questo stato?” e subito corre in bagno a lavarsi la faccia e a pettinarsi.

 

Duel è quindi un viaggio iniziatico, un ritorno alle origini animali dell'uomo, un brusco abbandono delle sovrastrutture civili e un attingere a risorse del proprio cervello rettile che si credevano perdute.

 

Nel 1971 quel numero di Playboy che conteneva Duel capitò anche fra le mani di Steven Spielberg (ma immagino che pure lui fosse più che altro interessato al servizio su Lana Wood, naturalmente), all'epoca un venticinquenne con alle spalle solo qualche lavoro amatoriale, dei cortometraggi e un film per la tv.

Spielberg contattò Matheson e gli chiese di scrivere una sceneggiatura tratta dal suo racconto. Pochi mesi dopo il film Duel andò dapprima in onda sulla ABC per poi sbarcare nelle sale cinematografiche e diventare un cult movie.

 

 

Nel passaggio dalla pagina scritta alla pellicola lo spirito del racconto di Richard Matheson è rimasto praticamente immutato; l'unica differenza che forse salta agli occhi (o meglio, alle orecchie) è  il linguaggio più edulcorato. Le esclamazioni, le lievi blasfemie e gli epiteti che Richard Matheson mette in bocca a Mann nella sua short story sono inconciliabili con gli standard della censura cinematografica degli anni '70, e infatti i vari “Jesus Christ”, “goddam”, “son of bitch”, “crazy bastard” vengono epurati e sostituiti con dei più blandi “miserable” e “I don't believe it”.

 

 

Anche le azioni e le scene principali del racconto rimangono pressoché inalterate, a parte l'inevitabile aggiunta di quattro o cinque sequenze per portare il film alla lunghezza necessaria. Quasi tutte queste sequenze sono più che altro momenti di pura action che non aggiungono né tolgono niente alla trama e al sottotesto.

Tutte tranne una, in realtà, che provvede a dare un'ulteriore sfumatura al personaggio di Mann e a fornire una maggiore connotazione del periodo storico.

 

Siamo nei primi anni '70 e il movimento di liberazione della donna sta acquistando un'importanza sempre maggiore. Un nuovo rapporto uomo-donna si sta costruendo, i tradizionali ruoli all'interno delle famiglie cominciano a sfaldarsi. Matheson e Spielberg decidono quindi di far sì che il loro protagonista stia vivendo un'ulteriore rivoluzione in quella che credeva la sua placida e immutabile esistenza borghese.

 

Quando all'inizio del film Mann si ferma in una stazione di servizio, il benzinaio gli dice che ha un problema al radiatore (che poi si rivelerà fondamentale nel finale) ma lui risponde che lo riparerà in un secondo momento. Il benzinaio esclama: “Lei è il capo” e Mann, quasi tra sé e sé, replica: “Non a casa mia”.

 

 

 

Poco dopo vediamo Mann telefonare a sua moglie e subito ci sono chiari sia il rovesciamento di ruoli, sia la nuova attitudine donabbondiana dell'uomo - vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro. La moglie lo reputa un imbecille senza spina dorsale, addirittura incapace di proteggerla da un tizio che le ha quasi messo le mani addosso a una festa.

 

ATTENZIONE: DA QUESTO PUNTO IN POI L'ARTICOLO CONTIENE SPOILER DEL FINALE.

 

Come scrive Andrew Gordon in Empire of dreams, Duel è quindi “un esercizio di paranoia” in cui “l'eroe viene strappato dalla sua sicurezza, dalla sua identità quotidiana e deve provare la sua mascolinità attingendo a risorse nascoste di resistenza, ingegnosità e coraggio”.

 

Mann, alla fine del racconto e del film, riesce a recuperare queste risorse ancestrali dentro di sé e a sconfiggere la bestia di metallo facendola cadere in un precipizio. Ormai è ridotto a un animale in lotta per la sopravvivenza contro un enorme predatore; la legge della giungla come unica regola di vita.

 

Un'ultima curiosità: per la scena in cui l'autocisterna precipita nel burrone, Steven Spielberg aveva inserito il verso di un dinosauro morente preso da un b-movie degli anni '30, proprio per sottolineare che quello a cui si era appena assistito altro non era che una lotta primordiale. Purtroppo, quando poi il film è stato remixato per le nuove versioni tv e dvd, questo vecchio effetto è stato sostituito con un ben più banale colpo di clacson.

 

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Commenti

  • Luca (mercoledì, 10. dicembre 2014 09:14)

    Avevo tanto collegato Matheson a Ai confini della realtà da arrivare a credere, negli anni, che il film fosse un episodio della serie. Davvero belli entrambi, anche se devo dire che a leggere il
    racconto si può immaginare (fantasticare) che abbiano potuto girare il film senza riscrivere una sceneggiatura. È bello poter leggere di Matheson e di Duel, complimenti per aver iniziata proprio da
    loro.

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