Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di Italic Pequod

a cura di Cattedrale

 

Italic Pequod prosegue la pluridecennale tradizione di peQuod attraverso un lavoro di ricerca attento e scrupoloso. Quanto è difficile soffermarsi sulla qualità di un testo, su questa attività complessa di esplorazione, in un momento così delicato per l'editoria italiana? Si può ancora fare?

 

Italic Pequod continua, imperterrita, l'attività di peQuod. Siamo sempre noi, d'altronde. Abbiamo dovuto aggiungere il "prefisso" Italic per varie vicissitudini societarie sorte, inesorabilmente, nel corso degli anni.

Purtroppo, voglio essere sincero: fino a qualche anno fa il lavoro di ricerca, ma anche solo il tempo da dedicare a un autore o a un testo, era molto di più. Adesso non si può più fare e non si può, appunto, perché non ha senso.

Non ha senso perché, è noto, ormai i libri di qualità non interessano a nessuno. "Non hanno mercato", direbbero gli editori più grandi (che non sono, però, quasi mai grandi editori); non vendono, insomma.

È molto difficile, quindi. Molto, molto difficile. Quasi un'attività suicida. 

Eppure, anche se ormai solo ogni tanto, noi non riusciamo a resistere alla tentazione. Addirittura, a volte, osiamo anche di più e pubblichiamo raccolte di racconti.

Il racconto è un genere molto vituperato in Italia. Nonostante il successo editoriale di autori come Charles Bukowski e Raymond Carver e nonostante nel 2013 sia stato assegnato il Premio Nobel a Alice Munro.

Con orgoglio possiamo dire di essere tra i pochissimi, in questo momento, a pubblicare raccolte di racconti. Perché noi, invece, qui a Italic Pequod, pensiamo che il racconto  sia un'arte.

 

In effetti oggi come oggi, pubblicare raccolte di racconti è molto coraggioso, e già questo indica un lavoro scrupoloso di ricerca e selezione del testo, perché con i racconti proprio non si può sbagliare. Voi avete una lunga tradizione di pubblicazioni di racconti, siete stati sempre molto attenti soprattutto agli italiani, da Enzo Siciliano a Claudio Piersanti, fino ad oggi. Qual è, secondo lei, la ragione per cui in Italia i racconti non vengono sostenuti, e quindi non vengono letti?

 

Claudio Piersanti, Enzo Siciliano, sì, ma anche tanti altri. E tanti di questi autori al loro primo libro. Fare liste è antipatico, si finisce sempre per dimenticare qualcuno, ma gli esordi di Giuseppe Genna, Marco Mancassola, Igino Domanin e Francesca Scotti, qui, li voglio ricordare (tutte raccolte di racconti, ovviamente).

Emblematico, mi sembra, è il caso di un altro nostro autore degli anni scorsi, Vincenzo Pardini. Nel 2003 avevo letto un'intervista che Pardini aveva rilasciato a Bruno Quaranta de "La Stampa" che si concludeva con una sorta di appello, nessuno lo pubblicava più, in definitiva. Avevo letto tutti i meravigliosi libri di racconti di Pardini (aveva addirittura esordito con Mondadori, presentato da Natalia Ginzburg). Allora lo sono andato a cercare e, vinte le sue iniziali diffidenze verso un editore così piccolo, ho cominciato a pubblicarlo. Con peQuod sono usciti ben quattro libri di Pardini, di cui tre raccolte di racconti. Ecco, io credo che Vincenzo Pardini sia uno dei più grandi scrittori di racconti che ci sono in circolazione. Sono in buona compagnia, perché la stessa cosa pensa, per esempio, Sandro Veronesi che ne parla come di un maestro. Proprio Veronesi, con Mario Desiati, allora direttore editoriale, portarono successivamente Pardini in Fandango, che è ancora, a tutt'oggi, il suo editore.

Il fatto che un autore così debba uscire per case editrici che possiamo considerare, tutto sommato, piccole, la dice lunga sulla paura degli editori più grandi a "osare". Il perché di tutto questo, però, bisognerebbe chiederlo a loro. Certo, pubblicare i racconti di Fois, Bajani o Celestini non basta. O, quanto meno, ne sono capaci tutti.

 

 

Concretamente, di cosa ha bisogno un editore più piccolo per imporre un libro di racconti? Si tratta soltanto del potere economico relegato alle case editrici più forti, o stiamo parlando anche di un atteggiamento di scelta, cura e attenzione che le case indipendenti posso permettersi in maniera più libera?

 

Per rispondere a questa domanda bisogna partire dalla premessa che le due cose sono strettamente collegate.

Una piccola casa editrice può, paradossalmente, "permettersi il lusso" di dedicare tempo e cura a un libro di racconti che poi, lo si sa, venderà poco o addirittura niente.

Ricordo una bella intervista, qualche anno fa, all'editore Sergio Fanucci (su Sette del Corriere della Sera) dove diceva che la fine di un certo modo di far libri è cominciato con l'avvento dei manager a capo delle case editrici. Ecco, penso che dentro questa affermazione di Fanucci (davvero prefigurativa) ci sia, neanche tanto implicita, la risposta alla vostra domanda.

 

Da poco avete pubblicato la raccolta di racconti: Tutto qui. Una serie di racconti di autori esordienti sulla scia di Giovani Blues curata da Tondelli. Se pubblicare racconti, per un editore, è un atto di coraggio, pubblicare racconti di esordienti forse è un atto di estremo coraggio. C'è stato un tempo d'oro per gli esordienti, in cui tutti li ceravano. Adesso, con una crisi così lancinante per il mondo editoriale, sono tutti più scettici rispetto ai nomi nuovi, e preferiscono - come sottolineavi tu - puntare su nomi già affermati e più rassicuranti. Come mai avete fatto questa scelta?


Il riferimento a Giovani blues di Tondelli è più che mai esatto. Ci inorgoglisce e, al contempo, ci spaventa.  Per prima cosa perché noi veniamo esattamente da lì! L'esperienza che, prima di fondare peQuod, abbiamo fatto in Transeuropa con Massimo Canalini è stata decisiva per noi.

Siamo stati fortunati. Abbiamo vissuto "sul campo" il periodo più bello dell'editoria italiana degli ultimi trent'anni.

Tutto qui è, sì, un atto di "estremo coraggio", ma è anche altro e di più.

L'antologia, non a caso, è curata da Marco G. Montanari, nostro bravissimo e preziosissimo giovane collaboratore (ora, purtroppo, non più. Lavora a Milano presso Editing and Agency di Cristina Tizian che a sua volta ha lavorato con noi all'inizio degli anni 2000). L'altra curatrice, la ventunenne Cecilia Monina, è "palesemente" mia figlia...ma non si tratta, qui, di nepotismo. È una sorta, invece, di passaggio di testimone. Bisogna lasciare spazio ai giovani. Farlo davvero, non solo limitarsi a dichiararlo. Questa decisione nasce qualche tempo fa. Una sera ero a cena con il mio caro amico Andrea Bergamini della benemerita casa editrice Playground, e lui mi ha detto che si era fatto l'idea che il nostro  fosse "un lavoro a termine". In definitiva, sosteneva Andrea, il nostro lavoro lo si può far bene (lo si può far seriamente) per non più di dieci, quindici anni. Questa cosa mi ha molo colpito e ho continuato a pensare alle sue parole. Ho continuato a pensarci perché, forse, fin da subito mi sono reso conto che erano sacrosante. Semplicemente, non avevo mai avuto il coraggio di ammetterlo con me stesso. Quando Montanari e mia figlia mi hanno proposto il progetto di Tutto qui mi è sembrata davvero la chiusura di un cerchio, qualcosa che fosse una fine, un inizio e, al contempo, la continuazione di una storia. Vedremo. In tempi di "rottamatori', io, per mio conto, inizio con l'autorottamarmi... 

Monica Paeschi ha appena vinto il prestigioso Premio Fucini con la raccolta di racconti È di vetro quest'aria. Paola Gallo, editor Einaudi, in un'intervista che ha lasciato a Cattedrale, ha dichiarato che un Premio come il Chiara o il Fucini non smuovono granché in termini economici, anche se sono una grande gratificazione per l'autore. È così anche per una casa editrice più piccola?


È la seconda volta, in tre anni, che vinciamo il Fucini. L'avevamo già vinto nel 2012 con Qualcosa di simile di Francesca Scotti.

Confermo le parole di Paola Gallo, non c'è nessun tipo di riscontro in termini di vendite dopo la vittoria di questi premi.

Ma come potrebbe essere diversamente? Chi conosce il premio Chiara o il premio Fucini? O, peggio ancora, chi conosce più oggi Piero Chiara o Renato Fucini in quanto autori? Forse è questo che bisognerebbe chiedersi.

 

 

È di vetro quest'aria è un libro dalla scrittura molto percettiva; ricorda, in certi casi, lo spaesamento visivo di alcuni racconti di Fabrizia Ramondino. Com'è nato il sodalizio con Pareschi? E, soprattutto, in cosa consiste il vostro lavoro su un libro di racconti come questo?


Il paragone tra i racconti di Monica Pareschi e quelli di Fabrizia Ramondino mi fa quasi arrossire...

I racconti me li ha fatti leggere Cristina Tizian (di Editing and Agency). Cristina Tizian si è formata alla "scuola Pequod", ha lavorato diversi anni qui con noi. Ha capito, fin da subito, che per un libro così Italic Pequod era una destinazione naturale.

Siccome non voglio prendermi meriti che non ho, aggiungo che con E' di vetro quest'aria il lavoro è stato davvero poco, era già un libro quasi perfetto. Ce ne fossero...

 

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