Da gennaio 2017 è in libreria l'ultima raccolta di racconti di Luca Ricci: I difetti fondamentali, edito da Rizzoli. Una carrellata di personaggi che ruota intorno al mondo dell'editoria, per raccontare l'essere umano in tutte le sue sfumature. Abbiamo intervistato l'autore, considerato uno tra i migliori scrittori di racconti in Italia.

 

 

di Rossella Milone

 

La prima è una domanda che mi pongo spesso come scrittrice e come lettrice, perché mi ha sempre incuriosito il motivo per cui si è tentati di scrivere di scrittura. Ne I difetti fondamentali ciascun racconto non si limita a raccontare le avventure, le brutture, le ipocrisie o i difetti, appunto, degli scrittori, ma nel complesso si compone un ragionamento ben più ampio intorno alla scrittura. Ecco, perché? Qual è stata la necessità che ti ha spinto ad aprire una finestra (anzi quattordici, perché quattordici sono i racconti) sullo scenario letterario italiano di cui parla il libro?

 

Mentre stavo scrivendo questi racconti mi sono reso conto che la letteratura è piena zeppa di scrittori immaginari (ma del tutto verosimili). Lasciando da parte la numerosissima galleria degli scrittori che si sono dotati di un alter ego- su tutti penso a Fante con Arturo Bandini, Bukowski con Henry “Hank” Chinaski, Roth con Nathan Zuckerman- mi sono appuntato su un blocco una piccola bibliografia di opere il cui protagonista è uno scrittore di pura invenzione- magari perfino somigliante al suo autore, ma come fosse un traslato:  si va dalla “Morte a Venezia” di Thomas Mann a “Wonder Boys” di Michael Chabon, dal “Ritratto dell’artista da giovane” di James Joyce al “Pomeriggio di uno scrittore” di Peter Handke. Io credo che l’autorialità di uno scrittore passi per forza anche dallo studio del proprio lavoro (la domanda è: perché scrivo come scrivo?), quindi è un’esigenza quasi naturale a un certo punto rendere la scrittura stessa materia narrativa. 

 

In questi racconti sembra ci sia l’intenzione di avvicinare sempre di più la scrittura alla vita, nel senso che uno scrittore sa bene quanto le due cose coincidano: la scrittura è un abisso misterioso in cui risiedono ombre e luci, al pari di qualsiasi esistenza umana. In uno dei racconti, L’eccitato, questa intenzione è quasi esposta perché il protagonista, a un certo punto, dice: “Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può continuare a macerarsi per ore, giorni, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante. In senso metaforico, quanto ti sei eccitato, tu, a scrivere questi racconti?

 

Credo che il tratto distintivo degli scrittori protagonisti de I difetti fondamentali sia la fissazione, un tratto persecutorio. In fondo sono tutte partite a due, a sfondo ossessivo (non solo sessuale). Certo la grande e continuativa metafora sessuale che metto in atto in certi racconti- penso a “Lo scomparso” o “L’eccitato”- chiarisce molto bene certe dinamiche legate alla scrittura creativa, per così dire. L’orgasmo è la pagina perfetta a cui non si arriva mai, lo scrittore fa petting incessantemente, cioè rumina i suoi pensieri. Che cos’è questa se non la fissazione suprema?

I personaggi dei tuoi racconti hanno tutti a che fare col mondo editoriale: critici, scrittori, agenti, aspiranti scrittori, etc…In alcuni casi ci vai giù duro, come se avessi voluto toglierti un po’ di sassolini, ma in realtà l’affabulazione è ipnotica, non ci si stacca dal libro. Queste figure letterarie sono spogliate fino all’osso, e noi lettori siamo costretti a vederne gli aspetti più scuri: è così, secondo te? Spogliati fino all’osso, scrittori ed esseri umani sono così?

 

Hai fatto un’osservazione che mi sembra fondamentale rispetto al libro e ai suoi eventuali fraintendimenti: “l’affabulazione è ipnotica, non ci si stacca dal libro”. Ecco, volevo proprio che la dinamica fosse questa, che la potenza narrativa della storia restasse in primo piano rispetto al gioco meta-letterario. Non è un libro autoreferenziale per addetti ai lavori sulla scrittura, è un libro che sceglie gli scrittori come grimaldello (qualunque narrazione sceglie un punto di vista particolare, un singolo pertugio) per dare- tentare di dare- storie universali che riguardino l’umano e perciò interessino tutti. Quanto all’umanità spogliata, siamo di certo tremendi, ma nel libro ci sono anche molti punti di luce. Non è forse una sorta di riscatto da ogni abiezione la parabola de “Il folle” che regala libri costosi un po’ a chiunque, fino alla rovina? Tendiamo a dimenticarci troppo spesso che la scrittura prima di una carriera è un atto di apertura, di disponibilità e perfino di generosità.

 

Parlaci un po’ dei critici e della critica italiana nel mondo letterario: i racconti del libro che narrano le loro storie sono spietati (come ne La canonizzata, in cui il successo e la miseria di una scrittrice vengono manipolati e gestiti esclusivamente dal potere del critico Giorgio Gamba).

 

Proprio come succede ne “La canonizzata” mi pare che la maggior parte della critica italiana invece di servire la letteratura italiana voglia sfruttarla. Troppo spesso il sistema delle recensioni è solo un centro di potere auto conservativo e molto disancorato dalla realtà- cioè (in questo caso) dai testi, dal loro valore, dal percorso e il sacrificio e il dolore dei loro autori. Detta in altri termini, considero- considererei- la critica uno strumento fondamentale per arginare la dittatura bestsellerista del mercato, perciò detesto chi la usa male, chi la svilisce per il classico piatto di lenticchie.

 

Ho trovato Lo stregato uno dei racconti più belli della raccolta, perché il tono si addolcisce e anche dove vuoi infilare una lama, recuperi quella voce ironica, sognante e illusionistica che magistralmente avevi anche usato in Fantasmi dell’aldiquà (La scuola di Pitagora, 2014). Questo racconto sperimenta diversi registri narrativi e si distacca dalla canonica forma letteraria che appartiene alla forma racconto. Quanto, secondo te, il racconto può, in effetti, diventare il campo della sperimentazione?

 

I difetti fondamentali è l’opposto de L’amore e altre forme d’odio a partire dal lavoro sui personaggi- il gesto di voler ritrarre è abbastanza significativo, in tal senso-, che qui sono presentati con un taglio molto più tradizionale. L’estrema brevità modulare del passato è stata sostituita da storie più lunghe e che vogliono dare una percezione di forte discontinuità- pur nella compattezza della cornice-, e in generale ho cercato proprio di slabbrare la forma. In passato la domanda era: “fino a che punto posso togliere?”  Per questi racconti è stata: “fino a che punto posso aggiungere?”

 

In realtà la maggior parte di questi racconti si discosta da una classicità tipica del racconto, e in questo ho trovato tutti i tuoi maestri: da Manganelli a Maupassant, da Flaiano a Landolfi…Quanto hai lavorato, su questo aspetto? Ma, la cosa che mi interessa di più è: quanto ci hai riflettuto?

 

Ci ho riflettuto tanto, ma non basta che ci rifletta lo scrittore, deve rifletterci anche il racconto. Lo tratto come una creatura autonoma, con una sua volontà di pensiero, come faceva Giorgio Manganelli quando scriveva: “Il racconto è l’unico genere letterario che ha consapevolezza della fine, che finirà presto”. Voglio dire che secondo me un racconto- un testo letterario- è pienamente riuscito se oltre alla storia che sta raccontando riflette sui suoi stessi procedimenti, sulle ragioni della scrittura. É una riflessione incessante, che viene passata come un testimone da un libro all’altro. In questo senso potremmo dire che un classico è, semplicemente, «un libro che pensa».

 

In tutti i racconti sono preponderanti, aldilà del tema della scrittura, anche gli aspetti più problematici e complessi che riguardano il sesso e la famiglia (anzi, la coppia), come se ci fosse un demone persecutorio che tiene in scacco questi personaggi: a volte sembra che non ci sia scampo alle nostre più grette debolezze. Quanto conta, secondo te, per uno scrittore, fare i conti con i propri demoni?

 

Credo che chi scrive senza demoni dovrebbe darsi alla saggistica… oppure al romanzo, dove in fondo si può sempre diventare colletti bianchi della scrittura e portare a casa 300 o 400 pagine di variazioni narrative orizzontali (memento: la copiosa psicologia di certi personaggi da thriller o giallo simula soltanto una profondità), senza che nessuno si scandalizzi. In un romanzo la trama è tutto, in un racconto tutto è trama. Una bella differenza, no? Ecco, direi così: uno scrittore di racconti non può fare a meno dei propri demoni. 

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