Intervistiamo Federica Aceto, traduttrice, sulla raccolta di racconti 'La donna che scriveva racconti' di Lucia Berlin, Bollati Boringheri. Il titolo originale della raccolta è A Manual for cleaning women.

 

 

 

di Rossella Milone

 

Cara Federica, il rapporto che un traduttore ha con l’autore tradotto è qualcosa che mi ha sempre affascinato. Penso sia un legame intimissimo, quasi carnale; che nasconde qualcosa che non può arrivare al pubblico, che rimane nell’intimità di quel legame. Mi racconti come vivi questo rapporto con gli autori che traduci e, nello specifico, con Lucia Berlin?

 

È un legame molto intimo perché si passano ore e ore della propria giornata, per mesi e mesi, in un mondo che qualcun altro ha deciso di costruire, cercando di ricrearlo rispettando le linee guida dell’autore, ma mettendoci qualcosa di intimamente nostro, le parole, la nostra lingua madre. Può essere faticoso, a volte, riuscire a trovare la distanza giusta dal testo, non farsi influenzare dall’antipatia per l’autore, la sua lingua, certi suoi stilemi, le sue idee, oppure, quando un testo ci piace particolarmente, non farsi prendere dal desiderio, spesso in parte inconscio, di far brillare i mondi che ricreiamo di una luce che non gli appartiene. Fuor di metafora: bisogna avere una grande consapevolezza dei propri limiti, pazienza, capacità di ascoltare e di mettersi in discussione, per poter gestire al meglio questo genere di intimità. Ma questo vale per tanti altri lavori che richiedono una stretta collaborazione con altri esseri umani. Nel caso della traduzione è particolarmente interessante e paradossale, questa intimità, perché avviene con una persona, l’autore, che in effetti non c’è, se non attraverso il testo.

L’assenza fisica dell’autore, nel caso della Berlin, che per ovvie ragioni non è stata nemmeno colmabile dal contatto via e-mail che spesso stabilisco con altri autori, devo dire che non l’ho minimamente sentita come un peso. Era talmente presente nel testo che traducevo, che non c’è stato bisogno di colmarla in alcun modo. 

Parlando di Lucia Berlin molti hanno ricordato Carver o Bukowsky. Per certe ambientazioni scarne, dal sapore quotidiano, spesso miserabile, tu hai anche sentito delle affinità con alcuni cantautori come Johnny Cash o Tom Waits. Su tutti, per via della scrittura dissacrante, che si distacca dalla trama per infilarsi nelle pieghe più complicate della vita spesso senza ordine, dominate da un caos senza intreccio, la Berlin ricorda Grace Paley – anche se, secondo me, ha una padronanza  stilistica più sofisticata. Mi racconti come hai lavorato sulla sua scrittura? E quali sono le differenze con gli altri autori che hai tradotto?

 

Faceva caldo, c’era tanto rumore, con le macchine, la radio e l’interminabile tum tum delle persone che facevano jogging. C’era tanto smog che a malapena riuscivamo a vedere l’altra sponda. I rifiuti e le macerie del Memorial Day. Bicchieri di carta galleggiavano nella schiuma del lago marrone, placidi come cigni. Arrivati in cima alla collina ho inserito il freno alle ruote e mi sono accesa una sigaretta. Mio padre è scoppiato a ridere, una risata sgradevole. “È orribile, vero, papà?” “Altro che, Lu”. Poi ha sbloccato i freni e la sedia a rotelle ha cominciato a muoversi da sola, in discesa, lungo il sentiero di mattoni.

 

L’approccio che ho avuto con la Berlin è stato quello dell’ascolto. Vari racconti della raccolta li ho tradotti usando un programma di dettatura, che non sempre utilizzo, anche per ragioni pratiche. Ma qui la voce, l’oralità, erano elementi importanti, ed è stata questa la cosa più difficile da ricreare, l’apparente estemporaneità della voce, la scioltezza, e quel calore umano potentissimo che non è mai di maniera e mai sdolcinato, anzi a volte crudo e brutale, ma senza essere cinico o grottesco. La differenza con tanti autori che ho tradotto è stata fondamentalmente quella di non vedere la tecnica (che pure c’è, e potente) dietro questi racconti, non percepire il desiderio di manipolare il lettore, nonostante la capacità di catturarlo. Tutto questo, detto in poche parole, è fascino. E non è per niente facile tradurre il fascino.

 

Il racconto ha molto a che fare con un passato di narrazione orale che forse in Italia trova la migliore origine nel nostro periodo novellistico, che risale al ‘200. Questi racconti della Berlin hanno qualcosa di epico che fatico a scorgere nel nostro panorama letterario, specie se guardo ai racconti. Sei d’accordo?

 

Temo di non essere in grado di rispondere in modo competente a questa domanda. Non sono un’accademica, né una critica letteraria, e le mie letture sono disordinate e molto molto meno numerose di quanto vorrei. Per rimanere nell’ambito delle mie impressioni personali, e quindi fallibilissime, mi pare che il racconto e l’elemento epico, anche solo l’epica del quotidiano, siano quasi sempre frutto di una grande maturità artistica e al tempo stesso di una freschezza estrema. Una paradosso che produce miracoli e non è sempre da trovare in natura. Perché per far stare tutto quello che vuoi dire in poco spazio, per riuscire a evocare mondi con pochi tratti, per far risuonare i tuoi personaggi di implicazioni universali, devi avere una padronanza dei tuoi mezzi, ma anche una tradizione solida alle spalle, una sicurezza in te stesso e un’apertura mentale che non è solo di te che racconti, ma di tutta la cultura e la tradizione da cui provieni. Ecco, secondo me, alle voci italiane di oggi manca un po’ questa sicurezza nei propri mezzi, questa freschezza matura, che è alla base della produzione dei racconti. E poi c’è la convinzione da parte degli editori, non so quanto fondata perché sembra una di quelle profezie che si autoavverano, che i racconti in Italia non vendono. E infatti non vendono. Forse dovremmo cominciare a raccontarcela diversamente.

 

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai trovato nel tradurre questo libro? E le maggiori soddisfazioni?

 

La maggiore difficoltà quando traduco un testo che amo molto è quello di tenere a bada il coro greco di voci critiche che continuano a dirmi che la mia resa è inadeguata. Di per sé i racconti della Berlin non sono complicati, non almeno nel senso usuale del termine: non ci sono state grosse ricerche lessicali o tecniche da fare, pochi e marginali i giochi di parole, la struttura sintattica è piana. Ma quello che è difficile, in questo genere di testi apparentemente semplici, è appunto rendere la semplicità. Ho avuto modo di rileggere alcuni racconti, riconfrontandoli con l’originale, a libro uscito, e mi sono accorta di alcune mie sbavature e imperfezioni, di aver spiegato laddove l’autrice rimaneva più sul vago, di essere stata vaga dove l’autrice era precisa. Certe imperfezioni, certe sbavature sono inevitabili in qualunque traduzione. Ma se si ama un testo, diventano quasi dolorose. Io non so se avrò mai la forza di rileggere il libro tutto per intero in italiano, perché mi verrebbe il desiderio di ritradurlo daccapo. La maggiore soddisfazione è sapere che sta piacendo a molti, che sta andando avanti grazie al passaparola. E che le imperfezioni della mia traduzione che a me, ogni volta che mi capita di leggere qualche frase citata da qualche parte, sembrano macroscopiche, sono in fondo perdonabili.

 

 

Nebbia. Due gru bianche. Un movimento ondeggiante della tartaruga legata vicino alla barca. Il vento faceva tremolare la fiamma della lanterna, i lampi illuminavano il mare color verde pallido. Le gru se ne andarono e cominciò a piovere.

 

 

 

 

I racconti di Lucia Berlin posseggono un disincanto nei confronti della vita a volte crudele, ma altre volte si scorge una particolare fiducia nell’essere umano, che l’autrice tratteggia con un occhio pieno di attenzione e di cura. Pensi che il racconto sia il taglio migliore per questo tipo di narrazione?

 

Forse sì. Nei romanzi, per forza di cose, devono esserci dei cali di tensione, che se ben gestiti dall’autore non sono momenti di stanca, ma di riposo e ricarica per lui e per il lettore. Nei racconti il calo di tensione, se c’è, è quasi sempre un difetto. E la forza vera dei racconti di Lucia Berlin è tutta lì, in quella miracolosa fiducia che lei esprime nell’essere umano nonostante tutto. In un romanzo, se non sei Dostoevskij, è un po’ difficile riuscire a fare questo miracolo. Anche se volendo, A Manual For Cleaning Women, può essere letto anche come una sorta di romanzo parzialmente autobiografico.

 

Quali differenze esistono, se le riscontri, tra la traduzione di un romanzo e quella di una raccolta di racconti?

 

A essere sincera, alla fine, nessuna, o comunque molto poche. È forse più piacevole tradurre racconti, se ben scritti, perché quello slancio di freccia scoccata che li percorre, se sei fortunato, riesce a influenzare un po’ anche te che traduci.

 

Tu hai tradotto moltissimi libri soprattutto di autori americani, da DeLillo ad Ali Smith, e hai dichiarato che secondo te se gli americani raccontano bene, sono imbattibili. In una recente intervista a Giulio D’Antona pubblicata su Minima&Moralia, riferendosi soprattutto ai contemporanei, lui afferma: “La letteratura americana è una spianata uniforme di voci molto ben educate e non c’è (o io non vedo) molta possibilità di uscire dal coro”. Cosa ne pensi tu?

 

Come dicevo prima, non ho competenze e conoscenze che mi permettano di fare analisi di questo genere. Ma capisco cosa vuole dire D’Antona perché seppure la mia conoscenza della letteratura americana contemporanea sia infinitamente meno approfondita della sua, noto anch’io un’omologazione formale dei testi, si percepisce dietro l’influenza a volte deleteria (quando troppo normativa e uniformante e basata sulle ricette di quello che “funziona”, di quello che “vuole il pubblico”) delle scuole di scrittura e dello show-don’t-tell andato a male. C’è poi la strana convinzione, per quanto riguarda i romanzi, che se non sono di almeno 300 pagine non funzionano. Non so se sia ancora per l’inconscia ansia di scrivere finalmente il Grande Romanzo Americano, ma non è difficile capire perché dalla lunghezza alla lungaggine il passo è breve e che la voluminosità non giova necessariamente a qualunque tipo di testo indistintamente. E poi c’è un DeLillo che ha il coraggio, o meglio la libertà, di scrivere romanzi anche molto brevi (lasciando da parte Underworld) e lì capisci che gli editor e gli editori americani forse sì, più che gli autori stessi, dovrebbero rivedere un po’ le loro idee su quello che funziona davvero.

 

Nonostante abbia pubblicato molti racconti su riviste specifiche, abbia vinto il National Book Award nel 1991 e nell’85 il Jack London Short Prize, Lucia Berlin è stata fondamentalmente ignorata, e solo adesso, in Italia, si parla di lei. Come mai, secondo te, non siamo stati in grado di accorgerci prima di lei? 

 

Non lo so, rimane un mistero. Una mia ipotesi è che i racconti di Lucia Berlin cominciano ad avere l’effetto ciliegia uno tira l’altro, soprattutto dopo che ne hai letti un certo numero, perché all’inizio possono essere un po’ spiazzanti. E forse, in raccolte non particolarmente voluminose, non hanno avuto lo spazio e il respiro di cui avevano bisogno. Ecco, questo è un caso in cui la lunghezza del testo era davvero necessaria al libro, perché anche se è composto di testi brevi, a volte brevissimi, A Manual For Cleaning Women è un tomone voluminoso. Ma è voluminoso rimanendo leggerissimo. A modo suo, è un Grande Romanzo Americano.

 

 

 

Rimanemmo svegli in attesa di sentire i suoi genitori che lo facevano, ma non lo fecero. Gli chiesi com’era, secondo lui. Sollevò la mano e l’appoggiò alla mia, in modo da far combaciare le dita, e mi disse di passare il pollice e l’indice sopra i nostri pollici e indici che si toccavano.

Non capisci quale è mio e quale è tuo. Deve essere più o meno così, disse.

 

Federica Aceto è nata a Formia, ha studiato Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Orientale di Napoli, ha vissuto diversi anni a Dublino e da tredici anni traduce narrativa dall’inglese. Vive a Roma dove insegna inglese nella scuola media del carcere di Rebibbia.

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Commenti

  • Ando (martedì, 26. aprile 2016 15:01)

    Questa intervista mi è piaciuta molto. E anche Federica Aceto.

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