Andrea Bajani è nato nel 1975. Ha scritto, tra gli altri, i romanzi Se consideri le colpe (Einaudi 2007, Premio Super Mondello, Premio Brancati, Premio Recanati, Premio Lo Straniero), Ogni promessa (Einaudi 2010, Premio Bagutta). Nel 2013 ha dedicato alla sua amicizia con Antonio Tabucchi il romanzo MI riconosci (Feltrinelli). Recentemente ha scritto il pamphlet La scuola non serve a niente (Laterza 2014). Con il libro di racconti La vita non è in ordine alfabetico  (Einaudi) ha vinto il Premio Settembrini 2014. Collabora con il quotidiano La repubblica. I suoi libri sono pubblicati dai più prestigiosi editori europei.

 

 

 

Tu sei uno scrittore dalla penna spaziosa. Hai bisogno di digressioni e di sguardi lunghi; sia in Se Consideri le colpe, sia in Ogni promessa hai costruito storie in cui c’era bisogno di un intreccio che abitasse in un mondo largo. Forse Mi riconosci assomiglia a un racconto lungo, più che a un romanzo, e in effetti è la cronaca romanzata di un evento singolo.

La vita non è in ordine alfabetico, invece, è un mosaico di micro storie alla Goffredo Parise o alla Giorgio Manganelli: sintetiche, che si focalizzano su una o due scene. Come mai questa scelta per questo libro?


Non saprei, ma in fondo a me sembra che anche quando scrivo romanzi le mie storie non siano altro che tessere cucite insieme. In tutti e tre i libri che hai citato ciascun capitolo è stato concepito come un racconto a se stante. Ogni capitolo per me era una sessione di scrittura, con un inizio e una fine. A ogni capitolo pensavo che se anche fossi morto, non sarebbe rimasto incompiuto. È una specie di sindrome anti Kafka. Lasciare le cose compiute, predisporre tutto prima di scomparire.

Ogni capitolo di Se consideri le colpe, per fare un esempio, per me era il segmento di un’esistenza dentro cui stava tutta la vita. Nel romanzo l'unione di tutti questi segmenti dà forma alla storia. Però in questo modo riduce di volta in volta - per il lettore - le possibilità di sviare con i pensieri. Restringe i mondi possibili, ne ipotizza uno.

Il racconto non lo fa. Il racconto è il reperto di una civiltà scomparsa rinvenuto in uno scavo. Il lettore ha soltanto quello e con quello deve ipotizzare, immaginare, il mondo intero. Il romanzo è viceversa quel mondo intero rinvenuto e offerto al lettore. È un'acropoli, il romanzo, invece di un'urna cineraria, Pompei invece di una statuetta. Con La vita non è in ordine alfabetico, volevo offrire 38 reperti rivenuti in trentotto scavi differenti. Se fanno un mondo intero non è responsabilità mia ma del lettore. Anche se mi si potrebbe obiettare che la civiltà scomparsa in fondo sono io, quello che li ha scritti e ora non c’è più.

 

Se il racconto è un reperto, significa che c'è qualcosa intorno che è scomparso, altrimenti non ci sarebbe nulla da reperire. Cosa c'è intorno al tuo alfabeto? Che cosa hanno 'trovato' - in quanto reperti - i tuoi racconti?


Io ho trovato dei reperti e li ho offerti ai lettori. Immagino che ciascuno abbia trovato il proprio mondo. La libertà del reperto - e dunque del racconto - sta anche nella fruizione. Il mondo scomparso e ritrovato è la vita intera di chi legge.

 

Come ti sei trovato nella forma breve? Puoi identificare delle differenze concrete che, come scrittore, hai riscontrato rispetto a quando scrivi i tuoi romanzi?

 

Il freddo. Il romanzo è un esperimento umano, in qualche modo. Una metamorfosi lunga che subisco quando scrivo, e che avviene per crisi progressive e che mi porto dietro come una febbre per periodi lunghi. A volte per anni interi. È una degenza obbligata, disperante e entusiasmante insieme, di luce e di buio. È un sogno che dura tanto e che invade la veglia, ci si infila dentro: trasforma la vita in un'estensione del romanzo. Quando scrivo un romanzo mi aggiro come in trance, compio azioni che non farei mai se non dovessi scriverle, vado in luoghi in cui non andrei mai se non per raccontarli. E tutto questo è un calore, probabilmente una specie di malattia che produce calore. Mi fa star bene - pur nelle crisi continue che comporta - per molto tempo. E quando metto il punto finale in qualche modo quel calore perdura.

Il racconto è un'apnea, è quella fitta tra dolore e piacere che precede l'eiaculazione. Poi tutto si fa freddo e vuoto velocemente. E allora bisogna scriverne subito un altro.

 

Hai avuto molto freddo, dopo l'alfabeto?

 

Dopo ogni racconto. Trentotto volte.


Valerio Berruti

Però, grazie a La vita non è in ordine alfabetico, ti sei potuto riscaldare col calore del Premio Settembrini che hai appena ricevuto. Quando lo hai vinto, ho avvertito che eri davvero molto felice. A chi servono i premi? Ai lettori o agli scrittori? Agli editori? E ai racconti?

 

Sì, ero contento perché vincere mette di buon umore, perché il Settembrini è comunque il più antico premio italiano per racconti, e anche perché vincevo del denaro. E per ragioni più private che mi tengo per me. Ciò detto, resta la malinconia di un premio solo per racconti, in cui i libri di racconti concorrono solo con altri libri di racconti. Sembrano le paraolimpiadi della letteratura. Romanzi con l'handicap. Tutto questo tradisce quel vizio d'origine per cui, immagino, voi abbiate pensato a dare un posto - no: una cattedrale! - al discorso sul racconto. Infine: i premi servono. Premiare significa soppesare e apprezzare il lavoro di qualcuno. Vale in tutte le arti, vale in ogni attività umana. E penso faccia bene a tutti: agli autori, alle case editrici. Il punto, e qui sta il nodo, è la fiducia che merita il lettore. Il lettore merita che qualcuno gli segnali il valore di un libro (perché no?). È giusto che possa usufruire di una delega a qualcuno che si occupa professionalmente di libri. Questo richiede, come condizione necessaria, una professionalità del premio. Altrimenti si tradisce il lettore. Il che non toglie la felicità dell'autore di essere premiato, di portarsi a casa del denaro e degli editori di avere degli autori gallonati: ma tutto intorno diventa una pagliacciata.   

 

Da cosa dipende, secondo te, quel vizio d'origine?


Dal fatto che siamo provinciali. Siamo un popolo di novellisti che però vuo’ fa’ gli americani.

 

Questo provincialismo non li tocca  i romanzi? O i racconti ne sono più esposti per via del pregiudizio che li circonda?


Rispondendo un po' più seriamente: l'editoria è pavida. Forse tutti i settori in un momento di crisi sono impauriti e non osano rischiare. Che lo faccia chi pubblica letteratura, che è un dispositivo fondato sul rischio, è più grave. Anche se non sono così ingenuo da non sapere che anche gli editori sono aziende come altre. Ad ogni modo: l'editoria è pavida e usa il pregiudizio come se fosse il vero direttore editoriale. Il pregiudizio - e la mancanza di coraggio - è un facente funzioni del direttore editoriale di molte case editrici italiane. Il pregiudizio si trasforma in assioma, per prima cosa. Un esempio, che esula per un momento dal racconto: la letteratura tedesca (o francese, o russa, o indiana) non vende. Ne consegue che l'editore decide di non pubblicarla. Il direttore editoriale (il pre-giudizio, la mancanza di coraggio) ha stabilito che la letteratura tedesca (o quella indiana, etc.) non vende. Quindi non la si pubblica. Oppure: la si pubblica ostentando coraggio ("Nonostante il direttore editoriale abbia detto che la letteratura tedesca non vende, noi la pubblichiamo"), ma poi non la si promuove, non ci si investe in termini economici per lo stesso assioma di cui sopra. Poi quel libro inevitabilmente andrà male, si dirà che quindi è proprio vero che la letteratura tedesca non vende, e quell'autore non sarà più pubblicato. Se però, poi, per un caso qualsiasi, un autore tedesco, piuttosto che un libro sui vampiri, o un romanzo con in copertina una faccia in primo piano, vendono, allora di colpo è arrivato il momento di fare romanzi tedeschi, indiani, vampireschi, eccetera. Ecco, per i racconti è la stessa cosa. Sono miserie di una cultura dal fiato corto, che pensa di avere davanti dei lettori stupidi o ignoranti, fondamentalmente. Ma io confido nella crisi, in fondo. Che faccia raschiare il fondo a tutti, che porti tutti - con la deriva e la sofferenza che comporta - a tornare a chiedere beni primari. E tra questi la letteratura come bisogno di spazi sconfinati, emergenze di senso, visioni di mondi, e non panettoni che a gennaio i supermercati buttano via. 

 

Nel prologo de La vita non è in ordine alfabetico, c'è un maestro che apre la scatola con tutte le lettere dell'alfabeto che comporranno i racconti del testo, e poi dice agli alunni:

“Con ventuno lettere si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, vendicarsi, minacciare, aiutare, ridere, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, domandare”.

È anche questo, il coraggio? Aprire quella scatola, buttarci dentro le mani, fidarsi di quelle lettere?

 

Quello è il piacere. Anche il piacere andrebbe forse rivisto. Abbiamo bisogno di una terapia riabilitativa, di una fisioterapia emotiva.  

Il pensiero che la complessità ci possa dare piacere. Che possa esiste un piacere anche diverso da quello ideologicamente testato.

Una descrizione estenuante, con buona pace dei professionisti dell'editoria, può procurare piacere. Una digressione che fa perdere il filo alla storia, anche quella può procurare piacere. Ci sono tanti casi di libri del genere (di racconti e non) in circolazione, per fortuna. A dimostrazione che non tutto è perduto.

Ma il principio del piacere, lavorare sulla qualità di quel principio, è fondamentale. Un racconto breve può procurare piacere. Quel particolare piacere che è la percezione che il mondo così come lo conoscevamo sta entrando in crisi, e che per avventurarci in quello nuovo dobbiamo almeno fare un passo nell’abisso.


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